Giornalismo sotto attacco in Italia

Trump e Netanyahu ci conducono nell’abisso. Intervista con Anna Foa

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Non siamo mai stati sostenitori della NATO; al contrario, pensiamo che non sarebbe mai dovuta nascere e che, comunque, avesse esaurito la sua funzione storica già nel 1989, trentasette anni fa, al termine della Guerra fredda, quando invece purtroppo l’America decise di annettere, di fatto, all’Alleanza atlantica quasi tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia, poi confluiti, di conseguenza, nell’Unione Europea. Da ciò è derivata la maggior parte dei nostri problemi attuali: l’instabilità di un Continente che, sostanzialmente, è rimasto un’area economica comune (e non ottimale), senza mai trasformarsi in un vero e proprio stato, la sudditanza nei confronti degli Stati Uniti e, quel che è peggio, il continuo assecondare interessi che non erano e non sono i nostri. Noi, per dire, non abbiamo mai avuto l’esigenza di avere un nemico: saremo anche figli di Venere, come sostengono alcuni analisti americani per denigrarci, ma faremmo bene a lasciare a loro la discendenza da Marte e a goderci il nostro pacifismo, figlio soprattutto della tragica esperienza delle due guerre mondiali che hanno sconvolto l’Europa fra il ’14 e il ’45, inducendoci a prendere coscienza di quanto siano importanti la pace e l’aspirazione alla democrazia.
Non che non abbiamo vissuto i nostri secoli di furia, sia chiaro, ma da circa ottant’anni ci eravamo convertiti a un’idea di convivenza civile, ahinoi svanita nel momento in cui abbiamo deciso di seguire Biden in un tentativo di muovere guerra alla Russia per interposta Ucraina. Sia chiaro un altro aspetto: da queste parti non abbiamo mai avuto alcuna simpatia per Putin e per il suo operato, anche quando molti commentatori lo descrivevano al contrario come un grande statista ed elogiavano Berlusconi che condivideva con lui le vacanze in dacia o a Villa Certosa; ne abbiamo, anzi, sempre messo in risalto i limiti, la ferocia, gli omicidi politici, le azioni spregevoli e l’insostenibilità sul piano dei diritti umani e degli attacchi alla libertà d’informazione. Riteniamo, tuttavia, che non si possano rompere i rapporti con un paese come la Russia, e non solo per la convenienza energetica, pur incontrovertibile, ma soprattutto perché ci lega una comune visione del mondo che affonda le radici nella nostra storia, nella nostra posizione geografica e nel nostro ruolo nel mondo. Così come non avremmo alcun interesse a rompere con una nazione emergente come la Cina e diremmo pure con l’India; senza contare l’assoluta necessità per un paese come l’Italia di tornare alle politiche mediterranee e filo-arabe che hanno caratterizzato quasi tutti i governi della Prima Repubblica. Insomma, il vassallaggio nei confronti degli Stati Uniti, ormai ex potenza egemone, cui degli antichi fasti è rimasto poco o nulla se non l’arroganza, oltre a essere eticamente discutibile, è politicamente ed economicamente divenuto insostenibile. E forse persino dalle parti di von der Leyen e Kallas cominciano a essersene rese conto, dato che l’Unione Europea, sia pur con timidezze e riserve, sta iniziando a smarcarsi da un personaggio come Trump, che solo pochi giorni fa si è permesso di affernare di essere pronto a riportare l’Iran all’età della pietra, non sapendo, evidentemente, di avere a che fare con una civiltà plurimillenaria e con un popolo di cento milioni di abitanti, disposto persino a sostenere nuovamente lo squallido regime degli ayatollah pur di non farsi dettar legge da una Nazione che odia e ritiene da sempre nemica. A questi aspetti, ahinoi inoppugnabili, va aggiunto l’orrore delle nuove forme di repressione che i discendenti di Khamenei stanno mettendo in atto a danno di oppositori e oppositrici straordinarie come Nasrin Sotoudeh e Narges Mohammadi, personalità eroiche che rischiano la vita, proprio come le ragazze e i ragazzi che si sono riversati in massa nelle strade e nelle piazze per dire basta al regime e oggi, per questo, rischiano l’impiccaggione con accuse ridicole. Non stiamo, dunque, salvando la popolazione iraniana; la stiamo consegnando nelle mani dei suoi aguzzini, privandola di ogni speranza di cambiamento e mettendone a repentaglio l’afflato rivoluzionario.

Poi c’è Israele, e qui il discorso cambia. Perché se sull’Ucraina si può parlare di errori in malafede e sull’Iran di scarsa conoscenza della realtà mediorientale, per quanto riguarda Israele siamo di fronte al dolo puro. Israele, infatti, con Netanyahu ha smesso di essere una democrazia e temiamo che non lo sarà mai più, a meno che non cambi non solo l’esecutivo ma anche la mentalità di buona parte della gente. Netanyahu, difatti, come tutti gli autocrati o aspiranti tali, gode di un consenso notevole e nessuno può dire di non sapere cosa stia accadendo a Gaza o in Cisgiordania. Alla Knesset siedono, anzi, deputati che affermano, senza colpo ferire e ben sapendo che saranno apprezzati dai propri elettori, di sostenere l’operato dell’esercito a prescindere, anche quando ammazza deliberatamente donne e bambini. Abbiamo visto scene inquietanti, ascoltato dichiarazioni irricevibili e preso atto che l’opinione pubblica sia pronta a digerire il genocidio del popolo palestinese o, peggio ancora, a supportarlo, il tutto nel silenzio complice e codardo di un Occidente che, per voce del cancelliere tedesco Merz, si è sèpinto addirittura a dire che Israele stia facendo il “lavoro sporco” anche per noi. Onore alla sincerità di Merz che, a differenza d’altri, ha avuto il coraggio di esporsi pubblicamente, asserendo senza infingimenti ciò che molti pensano di nascosto.
Ci ha detto, in pratica, che siamo fieri di assistere a un massacro senza precedenti, alla distruzione sistematica di un popolo come non si vedeva dai tempi dell’Olocausto e all’appoggio che a tutto ciò viene garantito da chi è troppo interessato unicamente ai propri affari: che si tratti di petrolio, della presunta Riviera di Gaza o del processo di ricostruzione di una terra dalla quale si vogliono allontanare per sempre i suoi legittimi abitanti. La verità, ammettiamolo, è che è venuto meno il “mai più” che ci eravamo giurati al termine della Seconda guerra mondiale, quando americani e russi avevano svelato al mondo gli orrori della Shoah e ci eravamo resi conto di quali fossero le proporzioni dello sterminio patito da ebrei, omosessuali, rom, sinti, oppositori politici, disabili e tutte le altre categorie invise a chi si sentiva, allora, il padrone dell’umanità. Oggi, i nuovi padroni dell’umanità, i tecnoligarchi che vedono nel trumpismo il viatico per imporre la propria ideologia anti-democratica, hanno deciso che il popolo palestinese non abbia alcun diritto, che la democrazia abbia fatto il suo tempo e che i diritti umani e le basi stesse dell’ONU debbano essere smantellate, per sostituirle con un nuovo statuto del mondo al centro del quale c’è solo il denaro e l’arricchimento di pochissimi, cioè loro, a scapito della moltitudine. Ebbene, ci sia consentito di opporci, con le nostre poche forze e i nostri minuscoli mezzi, a questo scempio, scrivendo, gridando, indignandoci, manifestando e facendo presente che se questo nuovo olocausto sarà portato a termine, ciò non avverrà in nostro nome. Se pur tutti, noi no. Noi continueremo a restare umani, seguendo l’esempio di Vittorio Arrigoni e denunciando la brutalità dei nuovi re, di tutti i tiranni e di coloro che magari ancora non sono riusciti a trasformare una democrazia compiuta in un sultanato ma ci stanno provando in ogni modo. Netanyahu è arrivato a reintrodurre la pena di morte su base etnica e anche di fronte a questo abisso c’è stato qualcuno che è riuscito a giustificarlo. A questo punto, ci vien voglia di citare Pasolini, quando sosteneva con Furio Colombo che “siamo tutti in pericolo”. E siamo tutti in pericolo perché il nostro linguaggio di occidentali sta già tornando nazista, perché anche noi, non solo i tecnoligarchi, consideriamo ormai la demorazia un orpello, anzi un fastidio, e perché del dolore degli ultimi fra gli ultimi ce ne importa poco o niente. Peccato che le prossime vittime, per ora inconsapevoli, saremo proprio noi.
Ringraziamo la professoressa Anna Foa per la gentilezza con cui ci ha accordato l’intervista che segue, dedicata al suo nuovo saggio intitolato, per l’appunto, “Mai più” (Editori Laterza).

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