Giornalismo sotto attacco in Italia

Più di 10 milioni di donne votano nella primavera del 1946 prima dell’Italia Repubblicana

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Nel febbraio del 1945, mentre una parte del Paese è ancora impegnata nella guerra di Liberazione dal nazifascismo, il Governo Bonomi riconosce alle donne il diritto di voto. L’estensione del suffragio è legata anche alla straordinarietà del momento storico e del ruolo svolto dalle donne durante la guerra, che avevano dato prova di coraggio e di sacrificio combattendo nelle file della Resistenza.

Ma il governo si era scordato di estendere alle donne anche il diritto “passivo” a essere cioè anche elette!

Fu così che per il diritto di elettorato passivo per le donne ci volle un secondo decreto: il Decreto legislativo luogotenenziale n. 1 del 7 gennaio 1946 che ha stabilito anche l’eleggibilità delle donne che poterono votare ed essere votate nei consigli comunali che si tennero prima del referendum del 2 giugno 1946.

Nel 1946 la vicenda elettorale svela la rinascita e la ripresa della vita democratica nell’Italia liberata, soprattutto come esperienza politica e umana del primo voto, per le donne prima di tutto; anche per i giovani e per l’intero corpo elettorale, lontano dalle urne da più di venti anni.

Il 10, 17, 24, 31 marzo e il 7 aprile del 1946 le urne si aprono in 5.722 città e paesi per le elezioni dei consigli comunali.

Sono coinvolti 19.802.581 elettori, 9.472.946 uomini e 10.329.635 donne che votano per la prima volta.  Voterà l’82,3% degli aventi diritto.

 

Oltre 2000 donne entrano nei consigli comunali

Tra le consigliere spiccano donne della lotta antifascista, come Ada Gobetti; numerose furono le giovani che ricoprirono assessorati, da Venezia a Brindisi.

A Venezia sono elette sette donne. Anita Mezzalira, “tabacchina”, entra come assessore nella Giunta del sindaco Gianquinto.

La sorpresa è per le ‘sindachesse’, come le chiamarono, elette in piccoli centri dove la percentuale delle elettrici aveva superato quella degli elettori. Due di loro furono elette in Emilia, due in Sardegna, una nelle Marche, una in Umbria una in Calabria.  Ci sono maestre, c’è chi ha la licenza di scuola superiore; c’è un’avvocata. Tutte o quasi sono rielette per più legislature date le capacità dimostrate.

Ecco alcune di loro: Margherita Sanna (Orune–NU), Ninetta Bartoli (Borutta-SS); Ada Natali (Massa Fermana-Fermo), deputata dal 1948; Ottavia Fontana  (Veronella-Verona), Elena Tosetti (Fanano-Modena); Lydia Toraldo Serra (Tropea-Vibo Valenzia), Elsa Damiani a Spello (Perugia).

Altre donne sono state elette sindache nell’autunno 1946 come Patrizia Gabrielli scrive nel “Il Comune alle donne. Le dodici sindache del 1946”. Non c’è ancora un numero esatto di queste donne. Bisognerà ancora cercare.

L’impegno militante per il diritto di voto delle donne attraversò il mondo estesamente e ci furono anche molti contatti (non solo per iscritto ma anche con incontri,……non c’era la posta, non c’erano le e-mail gli sms internet….nè i viaggi aerei…). Come avranno fatto? Sarebbe utile e molto “educativo, pedagogico” approfondire e darne conto. Cercheremo di farlo.

È nelle convulsioni della Parigi di fine Settecento che

incontriamo la capostipite del pensiero femminista moderno: Olympe de Gouges.

Perché mai i diritti universali, dichiarati solennemente in Francia come già negli Stati Uniti, riguardano solo i cittadini di sesso maschile? Come mai l’ambigua parola “uomo” definisce anche la donna quando si parla di tasse e di reati da punire e, invece, è circoscritta alla ‘persona di sesso maschile’, con esclusione delle donne, quando si parla di diritti politici e civili?

Olympe: per la dichiarazione diritti universali elabora: “La dichiarazione dei Diritti della donna e cittadina”

“ … se la donna ha diritto di salire sul patibolo; allo stesso modo deve avere anche quello di salire sulla tribuna” (articolo 10)

 

Quasi contemporaneamente a quanto avveniva in Francia, anche in Inghilterra si comincia a parlare di emancipazione e libertà femminile: questo dibattito trova una grande interprete in Mary Wollstonecraft. Quest’ultima pubblica nel 1792 “A vindication of the rights of women“, in cui contraddice  con straordinaria modernità la società patriarcale dell’epoca, motivando perchè la donna non sia per natura inferiore all’uomo.

Polemizza con Rousseau: ”Educate le donne come gli uomini ”dice Rousseau“ e quanto più assomiglieranno al nostro sesso tanto minore sarà il potere che avranno su di noi”. “… Proprio questo è il punto che mi sta a cuore, dice Mary. Io non desidero che le donne abbiano potere sugli uomini ma su se stesse.

In Inghilterra la campagna per il suffragio femminile si svolse tra il 1866 e il 1914, anche se una prima petizione era stata rivolta alla Camera dei Lords già nel 1850. Il traguardo venne raggiunto nel 1918, il 6 febbraio: il Representation of the People Act riconobbe il diritto di voto alle donne che avevano compiuto i trent’anni.  Per poi estenderlo dieci anni dopo.

Il movimento delle Suffragette era nato nel 1866 (ricordiamo il film di una decina di anni fa “SUFFRAGETTE”. La maggiore visibilità mediatica arriva per un evento tragico: la morte dell’attivista Emily Davison (Natalie Press nel film).

Il 4 giugno 1913, al derby di galoppo di Epsom, la Davison si slancia verso il cavallo di re Giorgio V, nel tentativo di attaccare alle sue briglie la bandiera viola, bianca e verde del WSPU (Women’s Social and Political Union) , per farla sventolare fino al traguardo, ma ne viene travolta: muore dopo pochi giorni . E’ avvolto ancora in un velo di mistero il suo gesto. Sulla sua lapide venne scritto “Atti, non parole“.

Negli Stati Uniti la battaglia delle donne per il diritto di voto inizia a metà Ottocento. La prima “Convenzione sui diritti delle donne” si riunisce a Seneca Falls nel 1848; viene approvata la Dichiarazione “dei Sentimenti e dei diritti” coordinata da Elisabeth Cady Stanton (1815-1902)

 

Una lotta, quella delle suffragette statunitensi, condotta con costanza e tenacia fino a quando il voto non sarà riconosciuto nei singoli Stati (il Wyoming per primo, nel 1868, seguito dal Colorado nel 1893, dallo Stato di Washington nel 1910, dalla California, nel 1911, Arizona, Kansas Oregon 1912).  Si distingue Alice Paul che viene anche arrestata durante una manifestazione per sollecitare la ratifica a livello federale.

8mila donne marciano da NY a Washington. E’ il 3 marzo 1913.. la leader è ancora Alice Paul, organizzatrice dell’evento per conto della National American Woman Suffrage Association. Nel 1920, si ratifica il XIX emendamento alla Costituzione 1787: è il voto alle donne

Dopo che il XIII abolì la schiavitù  (1865  Abramo Lincoln) e il XV abolì le discriminazioni razziali  (1870) ma non quelle di sesso.

La prima petizione nell’Italia Unita è delle donne lombarde per estendere ai territori del Regno i diritti di cui esse godevano sotto la dominazione austriaca a cominciare dal diritto di voto amministrativo. È il 1861, ecco l’incipit: “Se Dio ha posto nell’uomo un’irresistibile tendenza alla libertà, perché nell’uso della libertà diventi migliore […] Le sottoscritte cittadine italiane fanno istanza perché nel nuovo Codice civile italiano, alle donne vengano estesi i diritti riconosciuti fino ad oggi alle donne Lombarde”.

Fu reiterata più volte ma non ci fu risposta dal Parlamento. Il sasso sarà rilanciato da Anna Maria Mozzoni che nel 1877, rifacendosi anche ad esperienze inglesi francesi statunitensi, presenta una petizione al governo per il voto alle donne, la prima di una lunga serie ad essere bocciata. Ma non si arrese mai. Fino alla presentazione di un’ultima petizione il 16 maggio 1906.

Quest’ultima è corredata da diecimila firme tra cui venti donne di prestigio, come Teresa Labriola (1874/1941) e Maria Montessori (1870/1952) che, non solo aderisce all’iniziativa ma il 26 febbraio 1907 lancia un appello, un Proclama alle donne Italiane, attraverso le pagine del settimanale cattolico «La Vita» fondato nel 1897.

“DONNE TUTTE SORGETE!

Il vostro primo dovere in questo momento sociale è di chiedere il voto politico. La legge italiana è la più equa nel mondo civile e la più umanitaria: fatele onore. … iscrivetevi alle liste elettorali….

Il diritto di voto è rivendicato, (si legge nella petizione),

perché nessuna legge lo vieta … e perché siamo cittadine, perché paghiamo tasse e imposte, perché siamo produttrici di ricchezza, perché paghiamo l’imposta del sangue nei dolori della maternità, perché infine portiamo il contributo dell’opera e del denaro al funzionamento dello Stato. …” Si sente l’eco di Olympe!”

La proposta Mozzoni sarà presa in esame a lungo nel febbraio 1907 dalla Camera dei Deputati, nell’ambito della vasta e lunga discussione sulla riforma elettorale, che sfocerà poi nell’approvazione del cosiddetto “suffragio universale”. Presidente del Consiglio è Giolitti, se ne discuterà anche nella commissione da lui nominata nel 1908, proprio mentre si apre il Congresso Nazionale delle donne italiane promosso da una serie di organizzazioni femminili con sede a Roma e a Milano. I comitati pro voto si erano formati nelle maggiori città italiane ed erano collegati con l’International Woman Suffrage Alliance che nasce nel 1902 a Washington.

Alla fine la legge approvata nel 1912 estende il diritto di voto a tutti gli uomini adulti a prescindere dal censo, anche agli analfabeti. Si chiamò suffragio universale: votarono otto milioni di elettori tutti maschi, ma le donne NO.

Lo scoppio della guerra 1915/1918 e i venti anni della dittatura fascista; l’alleanza con Hitler e la seconda guerra mondiale rallentano l’impegno delle donne per i loro diritti che riprenderà più forte di prima dopo la partecipazione alla resistenza per la libertà.

 


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