“Dov’eravamo rimasti?” è la domanda che pose a se stesso e al suo pubblico Enzo Tortora quando, il 20 febbraio 1987, tornò in televisione dopo quasi quattro anni di calvario umano e giudiziario. Sarebbe morto l’anno successivo, a soli cinquantanove anni: un’esistenza distrutta, caratterizzata da quello che, con amarissima ironia, definiva non un errore ma un “refuso”. Sull’agenda di un esponente della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, infatti, non c’era scritto Enzo Tortora bensì Enzo Tortona. Peccato che nessuno si sia premurato di chiamare il numero di telefono che v’era scritto sotto: sarebbe bastato questo semplice gesto per scagionare un innocente da accuse infamanti, restituendogli l’onore e la dignità che invece, poi, nemmeno la piena assoluzione è stata in grado di rendergli, tanto che se n’è andato, lasciando sgomento non solo chi non ha mai creduto alla sua colpevolezza ma anche una parte di coloro che avevano facilmente abboccato all’inizio della deriva populista e panpenalista nella quale oggi siamo immersi.
Fabrizio Gifuni lo interpreta, da par suo, in “Portobello”, fiction gioiello di Marco Bellocchio (con il quale aveva già lavorato in “Esterno notte”, dove interpretava il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro), facendoci addentrare nel clima di un’epoca lontana ma in realtà vicinissima. La fine degli anni Settanta, l’inizio degli anni Ottanta, il passaggio dal tutto della politica al nulla della politica, dalla tv pedagogica alle televisioni commerciali, dal monopolio della RAI alla concorrenza del berlusconismo catodico, le prime telenovele, il dilagare dei film americani, le partite dell’NBA e il SuperBowl in chiaro, l’edonismo reaganiano e la tragedia di Alfredino Rampi a Vermicino: 1977-1983, il declino di un mondo e l’ascesa del seguente, con Tortora e la sua trasmissione posti su una linea di faglia. Il terremoto era, insomma, inevitabile: non solo quello materiale che sconvolse l’Irpinia il 23 novembre 1980 (ben raccontato nello sceneggiato) ma anche quello del costume italiano, alla vigilia dei due grandi processi del decennio: quello riguardante la Nuova Camorra Organizzata, per l’appunto, e quello che qualche anno dopo avrebbe portato alla sbarra, a Palermo, i vertici di Cosa Nostra. In mezzo, un programma seguitissimo come “Portobello”, che presentava già alcuni tratti tipici delle televisioni private pur conservando la sobrietà e il buon gusto propri della RAI di allora, un criminale paranoico come Giovanni Pandico e un galantuomo rimasto intrappolato in un ingranaggio stimolante: Enzo Tortora, che noi, per rispetto della sua memoria e della bella persona che lo ha interpretato, abbiamo scelto di non strumentalizzare.
