Le donne e le ragazze iraniane non dimentichiamole e non lasciamole sole: per sempre “Donna-Vita-Libertà” Grido di allarme lanciato da SOHYLA ARJMAND attivista e testimone iraniana dell’Associazione “Donne per Nasrin” che “Articolo21 liberi di” raccoglie.
In Iran si sta verificando una continua violazione dei diritti umani. Iran Human Rights informa che da gennaio 2025 al 22 ottobre sono state 1184 le esecuzioni capitali, più del doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Il regime condanna a morte cittadini a cui è stato negato il diritto di avere un giusto ed equo processo, a cui sono state estorte confessioni ottenute sotto tortura e talvolta prive di prove. Se ne deduce che la pena di morte serve al regime della Repubblica islamica per preservare il proprio dominio esercitato attraverso l’uso della paura; per questo è quanto più necessaria e urgente una netta e chiara condanna e presa di posizione da parte dei governi Occidentali su quanto sta avvenendo, oltre che promuovere a livello globale l’abolizione della pena di morte.
Minoranze etniche e religiose (beluci, curdi, arabi baha’i), donne e prigionieri politici sono tra le categorie che il regime prende maggiormente di mira. Nel 2025 sono 33 le donne impiccate, mentre in questi mesi si sono registrate varie esecuzioni di manifestanti, attivisti e oppositori politici.
Per quanto le esecuzioni per motivi politici rappresentino una piccola percentuale, gli incarcerati per reati politici presenti nel braccio della morte sono moltissimi e rischiano l’impiccagione da un momento all’altro.
Tra questi non posso non ricordare tre donne simbolo di resistenza: Pakhshan Azizi, Varisheh Moradi e l’attivista del lavoro Sharifeh Mohammadi, condannate a morte per il loro attivismo politico e sociale. E anche Ahmadreza Djalali condannato a morte con l’accusa di “spionaggio”, in carcere dal 2016 in condizioni preoccupanti ed estreme dal punto di vista fisico e psicologico.
Il regime teocratico però non esercita la sua violenza esclusivamente attraverso le esecuzioni capitali; la sua violenza sanguinaria, criminale e assassina viene applicata quotidianamente anche all’interno delle carceri e nella società, per le strade, ovunque.
I detenuti sono costretti a subire torture, violenze fisiche e psicologiche, a cui vergono negati anche i diritti fondamentali come le cure e l’assistenza medica, avere
contatti con la propria famiglia, ricevere visite.
E’ di pochi giorni la notizia di Hassan Saedi, 34 anni, attivista arabo iraniano, morto la scorsa settimana sotto la custodia di funzionari dell’intelligence iraniana. Il giornale Iran Waire riporta che forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella casa di Saedi, nel quartiere Mollasani di Ahwaz, martedì all’alba, picchiandolo e arrestandolo, confiscando i telefoni cellulari appartenenti ai membri della famiglia.
Mercoledì, la famiglia di Saedi è stata convocata al dipartimento dell’intelligence di Ahwaz per raccogliere il suo corpo. Alla famiglia i funzionari hanno riferito che l’arresto cardiaco è stato la causa della morte. I parenti insistono sul fatto che Saedi non aveva malattie note e godeva di buona salute.
Storie come queste sono una consuetudine in Iran, si verificano sempre e senza tregua. Di queste storie però non si parla mai. Non esiste giustizia in Iran, non esistono diritti umani eppure il regime non viene fermato da nessuno. Perché? Perché il grido di protesta e di dolore dei detenuti non viene qui ascoltato?
La scorsa settimana, ad esempio, quasi 1500 prigionieri rinchiusi nel carcere di Ghezel Hesar hanno intrapreso uno sciopero della fame di massa per protestare contro la crescente ondata di esecuzioni. Lo sciopero è stato innescato quando 16 detenuti sono stati trasferiti in isolamento prima dell’esecuzione ed è continuato per sette giorni. I detenuti chiedevano l’abolizione della pena di morte in Iran, esortando i cittadini ad alzare la voce per impedire ulteriori esecuzioni.
Nel frattempo anche le famiglie dei 16 condannati a morte si sono radunate fuori dal carcere, mostrando le fotografie dei loro cari, gridando: “Non giustiziate”. Secondo quanto riportato da Center of Human Rights in Iran vi sono diversi detenuti in sciopero della fame che versano in condizioni critiche.
Infine, da non sottovalutare, è l’incremento delle leggi inerenti l’obbligo dell’hijab.
Nonostante il coraggio e la determinazione delle donne e delle ragazze iraniane che sfidano il regime stando senza velo per le strade e nei mezzi pubblici, lo Stato, tramite una massiva sorveglianza, multe e chiusura di attività commerciali dove donne servono senza indossare il velo, usa la violenza per reprimere e silenziare le azioni di resistenza.
Queste donne e queste ragazze iraniane che resistono non dimentichiamole e non lasciamole sole: per sempre “Donna-Vita-Libertà.
