Emfa, la grande incompiuta

«Mamma mia!», la maternità raccontata ridendo, ma senza sconti

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«Mamma. Così chiami me, papà, nonna, zio. Siamo tutti mamma». Si apre così, con un bambino che chiama mamma chiunque, «Mamma mia! Guida senza patente per un amore sfrenato» (Heisenberg di Aliberti), il libro in cui Laura Cervellione, giornalista di RaiNews24, racconta i primi tre anni del figlio Michele, detto Mickey. Non è un manuale, avverte l’autrice, «anche perché si andrebbe a sbattere». È un memoir comico che, tra una battuta e l’altra, mette il dito in piaghe che riguardano molte donne: il parto, la solitudine delle madri, una cura dei figli lasciata in gran parte alle famiglie.

Si parte dalla gravidanza, vissuta come una sospensione dei diritti civili. La gestante diventa un «recipiente umano» a cui chiunque tocca la pancia, perché «il pancione è il pancione, è come la Madonna di Medjugorje», e la collanina col sonaglino che le regalano somiglia parecchio a un «campanaccio da mucca». Dopo il parto sparisce anche il nome: «non sono più Laura, ma sono la mamma di Michele». Comincia così quella che l’autrice chiama mammitudine: la solitudine di una madre in mezzo alla folla di nonne, pediatri, maestre, chat e sconosciuti che danno consigli.

Poi il tono cambia. Il racconto del cesareo d’urgenza, con i consensi firmati «a rotta di collo» e i fogli che volano via, è la pagina in cui l’ironia cede il passo alla denuncia. Le donne, scrive Cervellione, non hanno «tempo né modo di parlarsi, confrontarsi, sfogarsi, fare lega», e così le esperienze difficili restano un fatto privato invece di diventare «una battaglia di civiltà»: «andiamo nello Spazio, cloniamo pecore, mucche e scimmie, in Arabia Saudita inseminiamo le nuvole per far piovere, ma continuiamo a partorire soffrendo come cagne».

La seconda parte, scritta «con la collaborazione in straordinario del papà», torna alla commedia. Il padre collauda il passeggino in negozio come una moto da corsa e chiede alla commessa dove sia il freno a mano; alla riunione dell’asilo domanda se i sette asciugamani del corredino siano «al giorno o in totale»; e il nome del figlio lo registra mentre la madre è sotto anestesia, giurando di averlo visto scritto su un muro, «chiaro segno del destino».

Dietro le risate, però, il quadro sociale è preciso. Il nido ha liste d’attesa di «un milione di anni, incompatibile con la vita umana», i bonus si rivelano «INPSossibili», le malattie dell’asilo contagiano a catena tutta la famiglia («loro guariscono in fretta. Tu no») e in farmacia, al posto del due per uno, ti propongono «l’1×2». A tenere insieme tutto sono le nonne, «pilastri incrollabili di un welfare domestico che lo Stato si sogna».

La scrittura procede per elenchi che si gonfiano fino all’assurdo e poi precipitano in una battuta secca; tra i modelli dichiarati ci sono Nora Ephron, Alberto Arbasino e Aldo Busi. In chiusura, una lettera al figlio e una postfazione firmata dal «Servizio Sociale Territorialmente Competente», che certifica il minore «vivo, vegeto, e considerevolmente più organizzato della madre» e archivia il fascicolo, salvo riaprirlo «qualora l’autrice decida di scrivere un secondo libro». Le auguriamo di farlo, e al Servizio Sociale di prendersi il disturbo.


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