C’è una brutta aria quando la giustizia viene tirata per la giacchetta. E quando a farlo è la seconda carica dello Stato contro una voce libera, il campanello d’allarme dovrebbe suonare per tutti. Ignazio La Russa ha querelato per diffamazione la storica Michela Ponzani. La colpa? Aver fatto il suo mestiere in tv, durante una trasmissione, ricordando da dove viene una certa destra e invitando a guardare dentro l’armadio di famiglia. Risultato: una citazione in giudizio. E non basta. In un post social che ha il sapore del diktat, il presidente del Senato alza la posta, bolla la ricostruzione come una “fake news” e pretende scuse immediate come pegno per ritirare la querela: un atto gravissimo, un’intimidazione bella e buona con cui si chiede l’abiura pubblica, vestendo i panni della vittima offesa. Una SLAPP da manuale, una di quelle querele temerarie pensate per piegare chi fa informazione. Da una parte c’è il vertice del Senato della Repubblica. Dall’altra una saggista che ha come uniche armi i libri, le carte e i documenti d’archivio. Il messaggio è chiaro e fa paura: chiunque osi collegare le biografie della classe dirigente di oggi alle piazze nere degli anni settanta finisce nel mirino dei tribunali. È il tentativo di usare la magistratura come purga. Per capire perché quell’invito a guardare nel passato abbia fatto così male da scatenare questa reazione stizzita, bisogna avere il coraggio che la politica evita: riaprire le carte del 12 aprile 1973 a Milano. Era il giovedì nero. La città era una polveriera. Pochi giorni prima, il fallito attentato sul treno Torino-Genova-Roma firmato da Nico Azzi aveva mostrato la ferocia dell’eversione neofascista. Il prefetto aveva vietato ogni corteo. Ma per i dirigenti del Movimento Sociale Italiano e del Fronte della Gioventù le leggi valevano zero e si decise di sfilare lo stesso. Quella manifestazione fuorilegge degenerò in una guerriglia feroce. In via Bellotti un commando neofascista lanciò due bombe a mano contro la polizia. L’agente Antonio Marino, ventidue anni, fu dilaniato e morì sul colpo, mentre dodici suoi colleghi rimasero feriti. Gli esecutori materiali, i “sansabilini” Maurizio Murelli e Vittorio Loi, vennero condannati. Ma quella piazza armata rispondeva a una catena di comando e a una regia politica precisa. Basta andare a rileggere i giornali di allora. La Stampa del 1° maggio 1973 documenta gli ordini di cattura per radunata sediziosa. Nelle celle di San Vittore finisce anche Romano La Russa, fratello di Ignazio, bloccato con l’accusa di essere in prima linea negli scontri con gli elmetti neri e le spranghe. Nelle stesse ore, nel partito scoppia la faida: i familiari dei militanti arrestati denunciano lo scaricabarile dei vertici, accusati di aver sobillato i ragazzi per poi darsi alla macchia. Pochi giorni prima, L’Unità aveva pubblicato i verbali del giudice e le foto segnaletiche dei gerarchi missini. Al numero uno c’è proprio Ignazio La Russa, allora segretario provinciale del Fronte della Gioventù, indicato da Loi e Murelli come uno degli organizzatori di quegli incidenti. Ora, bisogna essere chirurgici per non prestare il fianco a pretesti legali: sul piano strettamente penale, Ignazio La Russa fu prosciolto da qualsiasi concorso nella strage. Le sentenze dei tribunali non si discutono e nessuno si sogna di rimetterle in discussione. Ma la sua responsabilità politica, il suo ruolo di primo piano alla guida di quella piazza eversiva, resta un fatto storico documentato nero su bianco dalle inchieste di allora. Pretendere pubbliche genuflessioni a colpi di ultimatum è la conferma della natura ricattatoria di un’azione legale che calpesta il senso delle istituzioni e lo stato di diritto. In una democrazia matura, chi siede sulle poltrone più alte dello Stato dovrebbe avere le spalle larghe, la forza del confronto e il rispetto sacro per la ricerca. Scegliere la scorciatoia della querela per estorcere abiure e imbavagliare chi studia è un’inaccettabile intimidazione. La storia non si cancella con una citazione in giudizio né con le minacce.


