Se alle 15 del giorno finora più caldo dell’anno un teatro del centro di Roma è pieno per discutere di legge elettorale evidentemente il problema esiste ed è serio.
Lo dicono introducendo la maratona per la costituzione i due organizzatori, Roberto Zaccaria e Gianni Cuperlo.
Con loro ci siamo noi di Articolo 21 e altre associazioni di tipo giuridico. Durante il lungo pomeriggio si snodano interventi soprattutto di costituzionalisti, e di giornalisti e infine di politici.
Non ci sono equivoci, non ci sono differenze, variazioni sul tema. C’è una totale unanimità di giudizio: questo governo tenta con una legge truffa di garantirsi il potere alla faccia del voto dei cittadini e cerca un modo non solo per realizzare il premierato ma per raggiungere la presidenza della repubblica a maggioranza semplice. Come prendere la Costituzione e stracciarla. Del resto, lo hanno detto in chiaro.
Se compassati professori ordinari di ogni età e cultura non hanno dubbi nel defin ire questa legge elettorale, peraltro inemendabile, un a forma strisciante di colpo di stato un motivo ci sarà.
Colpiscono i toni di Gianluca Passarelli, professore di scienze politiche alla Sapienza di Roma, che giudica la norma per eliminare il sistema di maggioranze per eleggere il presidente della Repubblica un attentato assoluto alla costituzione e alla democrazia, colpiscono altrettanto le parole di Lorenzo Spadacini, professore di diritto costituzionale a Brescia, che spiega che il premio previsto dalla nuova disciplina è, appunto, uno «snaturamento della forma di governo» ma anche uno snaturamento «dell’uguaglianza tra maggioranza e minoranza, visto che per legge i voti di quest’ultima valgono di meno».
Insomma, i voti non saranno più tutti uguali. Spadacini, ma praticamente tutti gli altri, configurano in questa legge un furto di democrazia, e la conclusione, gridata ad alta voce (dai professori fa un certo effetto) è netta: ribelliamoci.
L’obiettivo della maratona è infatti molto chiaro: ricostruire una rete sociale oltre che politica che ripercorra il metodo dei comitati per il no per porre gli argini possibili alla legge elettorale.
La prima tappa è stata un successo, Gherardo Colombo ha ricordato che alla prima riunione per formare un comitato per il no al referendum c’erano una decina di persone. Ieri nel corso del pomeriggio almeno trecento ci sono state.
Parla con toni accorati anche lo storico Agostino Giovagnoli, cattolico, uomo di cultura prudente e attentissimo alle parole, che utilizza due concetti: «populismo ed estremismo di destra».
Il primo serve a polarizzare e introdurre schemi ipermaggioritari. Il secondo va maneggiato con cura ma non eluso: «Diciamo giustamente che il fascismo storico era altro – scandisce Giovagnoli – Ma in questo modo rischiamo di sminuire l’antifascismo oggi. Non vogliamo ribadire qualcosa del passato ma combattere il modo in cui in forme diverse i temi del fascismo tornano, come accade per la remigrazione».
Giulietti, come pure gli altri colleghi giornalisti, richiama l’attenzione sulla connessione evidente fra bavagli all’informazione e smantellamento della costituzione, rappresentata in modo eclatante alla Rai, con l’occupazione militare rivendicata come un trofeo e il blocco della commissione di vigilanza. Modello Trump, quello che segna la strada a Giorgia Meloni, alla faccia delle moine di queste settimane.
Questa volta la politica ha chiaro il senso del pericolo e del momento terribile che sta affrontando la nostra democrazia: si alternano sul palco Angelo Bonelli, Riccardop Magi, Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein.
Hanno toni comuni, concetti condivisi. Si chiami alleanza progressista, alleanza per la costituzione (ipotesi lanciata da Conte) o altro ancora, i cittadini chiedono a questa opposizione di essere subito in campo per contrastare questa legge che instaura un premierato di fatto e stravolge la carta su cui si fonda la nostra democrazia. E l’attacco al Quirinale è confermato dalla scelta dell’indicazione preventiva del candidato alla Presidenza del Consiglio, che contrasta con i principi che reggono nel nostro ordinamento la nomina del Governo, che dipende dagli equilibri parlamentari risultanti dalla composizione delle Camere, oltre che dall’esercizio delle prerogative del Presidente della Repubblica, ai sensi dell’art. 92 Costituzione. Tutto stracciato.
Un disegno che sembra solo meloniano, ma viene da molto lontano: Daniela Tagliafico ha ricordato con citazioni virgolettate la proposta del primo governo Berlusconi di “barattare” la presidenza di una camera con la presidenza della repubblica, e le parole di Berlusconi nette e inequivocabili: bisogna cambiare la Costituzione. Il governo dominato da una estrema destra che in quella carta non si è mai riconosciuta vuole ora farlo attraverso una legge ordinaria, per evitare un altro referendum.
Con gli strumenti parlamentari, giuridici,con il ricorso alla corte costituzionale, con la rivolta dei cittadini,con una rete di eventi piccoli e grandi capillari sul territori, anche questa volta si può evitare di passare da una repubblica parlamentare ad una autocrazia illiberale.
