La proposta di nuova legge elettorale ora in discussione alla Camera dei deputati è gravissima. Si tratta di un surrogato dell’iniziativa pensata dal governo per imporre il premierato, che non ha avuto fortuna. E tuttavia quel fantasma riappare in un testo che offre a chi vince le elezioni con una percentuale del 42% una sorta di potere assoluto. Siamo nella scia dell’impero trumpiano, uso a considerare le regole un lusso della vecchia democrazia liberale. È molto evidente il carattere anticostituzionale del testo, che lede la parità delle cittadine e dei cittadini di fronte al voto. Per di più con liste bloccate. In un quadro di fortissimo astensionismo una simile assurdità non può che aumentare una rassegnata disaffezione rispetto alla cosa pubblica, almeno quella che appare dominante. Ieri si è tenuta una riuscitissima assemblea a Roma, al Teatro de’ Servi, promossa da Costituzione e democrazia, Fondazione Demo e Articolo21. Alle spalle dell’iniziativa stava una capillare attività -coordinata da Roberto Zaccaria- di quasi duecento costituzionaliste e costituzionalisti, capace di orientare il dibattito nel recente voto referendario sull’indipendenza della magistratura. Nei molti interventi non è mancato il riferimento ai rischi che corre la libertà di informazione: da Angelo Bonelli, a Massimo Giannini a Giuseppe Giulietti. Accanto ai classici capitoli del pericolo che la logica del maggioritario autoritario si riverberi pure in un insidiosissimo maggioritario mediale, si appalesa ora un ulteriore incubo: la manomissione del voto attraverso il ricorso alla profilazione delle persone con i loro gusti e desideri, nonché mediante la
compravendita dei dati (ci ricordiamo di Cambridge Analytica e di Palanti?). Simile perversa attitudine troverà la sua epifania nel prossimo voto politico, anticipato o meno. Non solo. Neppure le disposizioni del Regolamento europeo (2024/900) sulla trasparenza e sul targeting della pubblicità politica trovano applicazione in Italia, come del resto il territorio degli influencer rimane privo di un assetto minimamente adeguato. Insomma, non c’è solo TeleMeloni. Il video generalista ha ancora un grande peso, ma tutt’altro che esclusivo. Le campagne elettorali sono ormai orchestrate dalle Intelligenze artificiali e sfuggono ai monitoraggi classici sui tempi delle presenze dei partiti nei
palinsesti. Tutto questo deve entrare nella discussione in corso. Chiariamo bene la situazione in fieri: maggioritario elettorale con disprezzo
delle garanzie democratiche e occupazione pressoché totale degli immaginari. È assolutamente urgente inserire tale questione così delicata tra le priorità, attraverso una specifica novella della legge 28 del 2000 sulla par condicio. Se si ritiene quell’articolato superato è il momento per rinnovarlo dalla via maestra, ovvero dalla porta dell’innovazione tecnologica e non dalla finestra del presunto eccesso di regolazione.
Vanno -in tale contesto- conferiti poteri incisivi all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, almeno per applicare le indicazioni europee. Nel corso dell’assemblea di ieri si è accennato da parte di Giulietti e Bonelli alla necessità di dare luogo in questi giorni ad azioni
esemplari e forti per rispondere all’assurdo blocco della riforma della Rai -la legge in vigore è platealmente contraria all’European Media Freedom Act (Emfa)- e all’ostruzionismo di maggioranza che impedisce il funzionamento della Commissione parlamentare di vigilanza sul servizio pubblico. Fusse che fusse la vorta bbona, per citare l’indimenticabile Nino Manfredi. A proposito di infrazioni, è uscito anche il Media Pluralism Monitor 2026, che si unisce ad altri numerosi documenti in cui l’Italia è messa sotto accusa per la mancanza di pluralismo. Ma con tutti questi significati atti assai documentati ed autorevoli cosa ci fa Giorgia Meloni? Li colleziona come le figurine o i francobolli? Una parola di risposta proprio no?
PS: sono stati arrestati gli autori materiali dell’attentato a Sigfrido Ranucci e famiglia. Finalmente. E dire che qualcuno pensava di levargli la scorta.
