Un solo voto è bastato a mandare in frantumi la giornata che il centrodestra aveva preparato come una prova di forza. Alla Camera, con lo scrutinio segreto, l’Aula ha respinto l’emendamento firmato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc che introduceva le preferenze nella nuova legge elettorale, mantenendo però il capolista bloccato: 187 i voti favorevoli, 188 i contrari. È bastato un pugno di franchi tiratori nella maggioranza per far saltare un pezzo cruciale della riforma su cui la premier Giorgia Meloni aveva costruito, nelle ore precedenti, una vera e propria sfida pubblica alle opposizioni.
Tutto nasce da un post della presidente del Consiglio, che nella mattinata aveva chiesto un'”operazione verità” sulle preferenze, invitando le opposizioni a votare l’emendamento a scrutinio palese e non segreto, per “metterci la faccia davanti agli italiani”. Nel pomeriggio, dopo un Consiglio dei ministri lampo, diversi esponenti del governo – tra cui Antonio Tajani, Francesco Lollobrigida e Tommaso Foti – si erano precipitati a Montecitorio in vista del voto. Anche la Lega e Forza Italia, dopo settimane di resistenze, avevano annunciato il via libera all’emendamento, con il sostegno arrivato pure da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, seppur con riserve sul mantenimento dei capilista bloccati.
Ma proprio sul voto segreto si era consumato lo scontro procedurale della giornata: le opposizioni, compatte, avevano chiesto che l’intera riforma elettorale (il cosiddetto “Stabilicum”) fosse votata a scrutinio segreto, compreso l’emendamento sulle preferenze, contando esplicitamente sui franchi tiratori della maggioranza. La richiesta era stata accolta dalla presidenza della Camera per un centinaio di emendamenti su duecento, oltre che per i primi tre articoli e per il voto finale.
Quando è arrivato il momento del voto, la scommessa delle opposizioni si è rivelata vincente. L’emendamento sulle preferenze è caduto per un solo voto, in un’Aula che si è immediatamente infiammata: dai banchi dell’opposizione si sono levati cori di “elezioni” e “dimissioni”. Poco dopo è stato bocciato anche un subemendamento, a prima firma di Luana Zanella (Avs) e sottoscritto da Pd e M5s, che puntava a garantire la parità di genere tra i capilista, respinto con 207 voti contrari e 155 favorevoli.
La segretaria del Pd Elly Schlein ha parlato di un voto contro l’arroganza di una leadership pronta, per difendere il proprio potere, a “schiacciare quello delle altre donne”, invitando il governo a prendere atto del fallimento e a farsi da parte per lasciare spazio a un esecutivo capace di occuparsi dei problemi reali del Paese.
Sulla stessa linea il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, che ha parlato di una maggioranza sfiduciata da se stessa, rilanciando l’invito a Meloni a trarne le conseguenze. Conte, già nelle ore precedenti al voto, aveva definito l’emendamento di FdI una “farsa”, accusando la premier di aver blindato con un accordo interno alla coalizione un sistema di liste bloccate confezionato dalle segreterie di partito.
Ancora più diretto il segretario di +Europa Riccardo Magi, secondo cui l’aver lasciato libertà di voto sull’emendamento, con l’adesione della ministra Elisabetta Alberti Casellati al parere favorevole dei relatori, configura un voto di sfiducia pieno nei confronti del governo. Per Magi la premier dovrebbe trarne “immediatamente le conseguenze” e recarsi al Quirinale.
Nelle ore precedenti al voto, il vicepremier Tajani aveva più volte escluso che una bocciatura potesse mettere a rischio la tenuta del governo, definendo le preferenze “un dettaglio della legge, non la legge”, e rivendicando la solidità della maggioranza. Resta però il fatto politico: la spaccatura interna, alimentata dai malumori di una parte di Forza Italia e della Lega sul sistema dei capilista bloccati, ha avuto la meglio proprio nel momento in cui il voto segreto ha reso possibile esprimere dissenso senza esporsi pubblicamente — lo stesso meccanismo su cui le opposizioni avevano costruito la propria strategia.
Nel frattempo, davanti a Montecitorio si è radunato un presidio di cittadini e attivisti, tra cui rappresentanti dell’associazione Articolo 21, in quella che è stata descritta come una mobilitazione a sostegno delle opposizioni e della Costituzione.
La partita sulla legge elettorale, con gli oltre duecento emendamenti ancora da votare e il voto finale anch’esso a scrutinio segreto, resta apertissima: il governo dovrà ora capire se il precedente di oggi resti un episodio isolato o il primo segnale di una maggioranza più fragile del previsto.
