Giornalismo sotto attacco in Italia

I monumenti fascisti a Bergamo e la via della risignificazione

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A Bergamo Fratelli d’Italia e Gioventù Nazionale celebrano Antonio Locatelli. Per la destra, un eroe dell’aviazione, un asso dei cieli. Per la storia, un deputato eletto nel Listone fascista e poi podestà della città. Isolare la figura del pilota dal suo contesto politico significa mutilare la verità storica, nascondendo l’uso che il regime fece dei suoi uomini e dei suoi miti. La storia ci dice che Locatelli non fu una figura neutrale, ma un uomo pienamente organico al regime fascista. Viene eletto alla Camera nel maggio del 1924, l’anno del delitto Matteotti e delle violenze squadriste, e dieci anni dopo viene nominato direttamente podestà di Bergamo. Nel 1936 trova la morte in Etiopia, partecipando in prima linea a una sanguinosa guerra d’aggressione coloniale. Nei diari dal fronte, lo stesso pilota descriveva i bombardamenti con un cinismo inequivocabile: «[…] un divertimento unico, si vede tutto e si colpisce a colpo sicuro». Una fedeltà assoluta rivendicata da Benito Mussolini alla Camera il 3 luglio 1936, definendolo «una delle anime più pure del fascismo».
In questa vicenda emergono chiare responsabilità politiche. C’è la responsabilità evidente delle istituzioni locali che tollerano questo silenzio e permettono che lo spazio pubblico venga piegato alla retorica del regime, mancando al dovere di tutelare la memoria democratica e antifascista della città. Chi amministra non può restare indifferente di fronte a una narrazione parziale dei fatti.

Proprio in riferimento alle proteste di questi giorni, un articolo del Corriere della Sera a firma di Stefano Arosio, in cui interviene lo storico e professore Panizza, ha affrontato il caso. Quell’intervento rappresenta il tentativo di applicare al dibattito categorie del tutto estranee come la “cancel culture” o l’ostracismo ideologico. Si tratta di un errore di prospettiva che sposta il focus dai fatti reali a mera polemica, finendo per offrire una sponda alla narrazione vittimistica della destra. In questo modo si aggira il vero nodo della questione: la richiesta di un elementare rigore storiografico su monumenti, vie e lapidi del Ventennio che oggi a Bergamo, come nel resto d’Italia, sono totalmente privi di una contestualizzazione.
Eppure una strada esiste e non ha nulla a che fare con la censura o la demolizione. Figuriamoci. È quella della risignificazione. Prendiamo ad esempio l’esperienza di Piazza Tribunale a Bolzano, dove il bassorilievo monumentale di Mussolini non è stato abbattuto, ma anzi storicizzato attraverso un’installazione che contesta, analizza e spiega la propaganda fascista insita nel monumento stesso, contrapponendovi la frase di Hannah Arendt: «Nessuno ha il diritto di obbedire». Anche a Bergamo le opere devono restare dove sono, ma vanno integrate subito con targhe capaci di restituire la storia per intero. Le istituzioni escano dall’ambiguità e scelgano la via del rigore storico. 


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