Abbiamo ricevuto la lettera di Paola Batignani, moglie di Alessandro Rosi, morto a 44 anni il 9 agosto 2019, chiacciato da 86 tonnellate di ferro.
Curiosamente, l’8 agosto, un giorno prima dell’anniversario della sua morte, è stato scelto come Giornata nazionale dedicata al sacrificio del lavoro italiano nel mondo.
Una coincidenza di calendario che sua moglie legge come un segno, e che diventa l’occasione per una domanda che rivolge a tutti noi: quante di queste vittime conosciamo per nome? Quante famiglie restano, dietro ogni numero che scorre in un telegiornale e poi si dimenticano?
Pubblichiamo questa testimonianza perché crediamo che dare voce a chi resta sia il primo passo per non lasciare che il silenzio uccida una seconda volta.
Da quando ho perso Alessandro, credo molto nel destino. Cerco i suoi messaggi ovunque: nelle nuvole, in un sasso a forma di cuore trovato per strada, nel volo di un uccello sopra la mia testa, nelle farfalle. Ogni piccolo segno mi fa pensare che lui sia ancora accanto a noi.
Per questo, quando ho letto che l’8 agosto è stata scelta come Giornata nazionale dedicata alle vittime del lavoro, mi sono fermata a riflettere. Mi sono chiesta se anche in questo ci fosse lo zampino del destino. Perché Alessandro è morto il 9 agosto. È come se quella data fosse stata posta accanto al giorno più doloroso della nostra vita.
Il 9 agosto sono sette anni da quando Alessandro ci è stato portato via.
Alessandro Rosi aveva 44 anni. È morto schiacciato sotto 86 tonnellate di ferro, non per un suo errore, ma a causa di una gestione che non ha saputo proteggerlo nel luogo in cui stava lavorando.
Ha lasciato una madre, un padre, un figlio di soli dieci anni e una moglie.
Quella moglie sono io. E da quel 9 agosto 2019 combatto ogni giorno contro il dolore, la rabbia e quel senso di ingiustizia che continua a ferirmi l’anima.
Vorrei fare una domanda a chi leggerà queste righe.
Sapete quante persone muoiono ogni anno sul lavoro? Sapete i loro nomi e cognomi? Sapete quante famiglie si nascondono dietro quei numeri che troppo spesso scorrono in fondo a un telegiornale o in una pagina di giornale, per poi essere dimenticati?
Dietro ogni vittima ci sono persone che non sono morte, ma che da quel giorno non riescono più a vivere come prima.
La morte di Alessandro ha lasciato dietro di sé otto persone che, ogni giorno, cercano con fatica di ritrovare un senso alla propria vita.
E come noi, ci sono centinaia di madri, padri, figli, mogli, mariti, fratelli e sorelle che convivono con un’assenza che nessuno potrà mai colmare.
Il mondo cosa fa per loro?
Chi ricorda Alessandro Rosi, morto a 44 anni sotto una trave di 86 tonnellate di ferro?
Chi ricorda tutte le altre vittime del lavoro?
A voi giornalisti, che avete la possibilità di raggiungere tante persone, chiedo una sola cosa: date voce a chi non può più gridare. Fate in modo che i loro nomi non diventino soltanto numeri. Perché dietro ogni morte sul lavoro c’è una vita spezzata, una famiglia distrutta e un dolore che non finisce con il passare del tempo.
Non lasciate che il silenzio uccida una seconda volta chi ha già perso la vita lavorando.
