Giornalismo sotto attacco in Italia

Il libro che Alfredo Cospito voleva leggere

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Inizio con un inizio. L’incipit del romanzo “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson, romanzo gotico che Alfredo Cospito, recluso in carcere in regime di 41 bis prorogato ai primi di maggio fino al 2028, aveva chiesto di leggere ma che il Ministero della Giustizia gli ha negato. Ora, il libro che al 41 bis non si può avere inizia così: “Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà, perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola”. Un incipit molto bello, secondo me. Che mette voglia di leggerlo, secondo me. Che sembra uno specchio di quello che abbiamo dentro tutti noi. Sono poi altri tre i libri che al 41 bis Cospito si è visto negare (insieme a un cd di musica punk delle Lambrini Girls): “Dio gioca a dadi col mondo- storia della meccanica quantistica, di Giuseppe Mussardo; “Gli altri figli di Dio-Cristo, la Chiesa e l’invenzione dell’eresia”, di Catherine Nixey, “Ghost story” di Peter Straub. Quest’ultima un’altra storia horror,  spesso consigliata da the King Stephen King.

Di fronte ai testi che il magistrato di sorveglianza in realtà ha approvato, ma il ministro Carlo Nordio no, colpisce il fatto che, ancora oggi, qualcuno stabilisca che esistono “libri che si possono” e “libri che non si possono”.  Limitandosi  ai giorni che stiamo vivendo, senza pretendere di risalire al “libro che si poteva” secondo Alessandro Magno e cioé l’ Iliade regalatagli da Aristotele, si scopre che al 41 bis “si possono” Stephen King, autore di un romanzo a quattro mani proprio con Peter Straub di “Ghost story” (“Il talismano”), ed Edgar Allan Poe. Tutti ricorderanno poi che nelle celle francesi nel 2025 con Nicolas Sarkozy finiscono tra i “libri che si possono” una biografia di Gesù e, soprattutto, “Il conte di Montecristo” di  Alexandre Dumas. Invece, nel carcere iraniano in cui è stata detenuta 21 giorni, Cecilia Sala, l’anno scorso, non riceveva libri e leggeva gli ingredienti del sacchetto del pane. Aveva chiesto Bibbia e Corano, ma le erano stati negati. Quelli erano “libri che non si possono”. Finché il penultimo giorno di detenzione le hanno consegnato “Kafka sulla spiaggia” di Haruki Murakami. Chissà perché “Kafka sulla spiaggia” in Iran si può, chissà perché un libro che parla di sogno e di gatti sì. E la Bibbia, il Corano, da noi l’incipit così bello del romanzo gotico di Cospito no.  Come si vede, negare libri da leggere è sempre una vergogna. Negare libri e musica in cui si parli di ingiustizia sociale, come sta avvenendo per Cospito, lo è in modo particolare. Migliaia di persone hanno ascoltato “La locomotiva” di Francesco Guccini, dal 1972 in avanti. Ma a questo punto se Cospito chiedesse di poterlo fare si sentirebbe rispondere di no. E la verità è che l’unica spiegazione sembra quella di voler dare alla detenzione un carattere puramente afflittivo, altro che scopi di recupero che il carcere dovrebbe avere secondo la Costituzione.

Al di là del perimetro normativo del 41 bis però noi restiamo sugli scaffali. Li abbiamo tutti nella vita i libri che si possono o no. Per esempio Emmanuel Carrere nel suo ultimo romanzo, “Kolchoz”, racconta che sua madre aveva voluto leggere con lui undicenne “L’idiota” di Fedor Dostoewskij. Ognuno aveva la sua copia. Ma lui assolutamente, per prescrizione materna, doveva tenersi lontano da “Guerra e pace” di Lev Tolstoj, poi  scoperto solo grazie a uno zio ed eletto a libro preferito.

E Anche a me, insegnante di liceo, in passato è stato contestato di aver dato da leggere dei “libri che non si possono”: “Ti prendo e ti porto via “ di Niccolò Ammaniti e “Una questione privata “ di Beppe Fenoglio. Imperscrutabili quasi come per Cospito i motivi addotti dalle famiglie. E nelle scuole è notizia di questi giorni che finiranno tra i “libri che non si possono” anche i “Promessi sposi”, giudicati troppo difficili per le classi seconde attuali e non più un classico contemporaneo.

Dagli insegnanti di lettere che un giorno forse rischieranno il braccio della morte  se ne assegneranno capitoli al libro sulla situazione carceraria in Italia di Gianni Alemanno e del suo compagno di cella Fabio Falbo il passo sembra grottesco, certo!, ma anche breve. Alemanno e Falbo sono stati  invitati a presentarlo all’ultimo Salone del libro dalla direttrice dell’evento, Annalena Benini. Ma i due non sono stati autorizzati ad andare. E un fronte bipartisan ha trovato assurdo negar loro il permesso, a pochi giorni dalla libertà di Alemanno. In particolare l’onorevole Roberto Giachetti ha difeso il suo avversario politico e definito surreale la situazione. Dicendo espressamente che forse qualcuno ha paura che venga resa pubblica una testimonianza di questo tipo sui diritti dei detenuti. Un altro “libro che non si può”, quindi. Questa volta che non si può portare fuori dal carcere. “Una cosa fuori dalla grazia di Dio”, per dirla ancora con Giachetti.

All’ultimo Salto invece è andata Chiara Valerio con un libro che lei pensava che assolutamente non si potesse: “La cura” di Concita de Gregorio. Chiara Valerio pensava non si potesse perché non voleva leggere il libro di un’altra sua amica che si è ammalata e racconta la malattia e dice chiaramente che la malattia non è un dono. Però meno male spesso un libro che non si può alla fine si scopre che si può. E Chiara Valerio dichiara di averlo letto e di aver pianto e riso leggendo la storia dell’amica, una storia di cancro e di carote coltivate da qualche parte all’interno dell’ospedale.

I “libri che si possono” alla fine ti scelgono, dunque. Come la rivoluzione. Forse è questo l’ insegnamento che sarebbe bello ricavare dalla vicenda dei libri di Cospito. “Si possono i libri” e si può scegliere di andare contro o incontro al destino. Si può scegliere la schiena dritta. Io questo per esempio l’ho imparato dall’ ultimo “libro che si può” che ho letto, “Il rivoluzionario e la maestra” di Gaja Cenciarelli. Storia di sfratti, di insegnanti con scarse risorse economiche, dei tupamaros Adolfo Wasem e Sonia Mosquera, che dovevano impazzire nelle prigioni sotterranee di Montevideo. Perché a volte ci provano a farti impazzire. Ma poi.


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