La Gratificazione per un percorso professionale, irto, tribolato, sofferto, ma sempre appassionato e di servizio: il Times scrive di NOI.Uno dei più autorevoli e storici quotidiani britannici, fondato a Londra nel 1785, è una delle più autorevoli voci internazionali, in ogni settore di suo interesse.Questa volta ha scelto di soffermarsi sul “fenomeno” mafia, in particolare, per come narrato dal giornalismo di frontiera, come fenomeno non solo di cronaca, ma sociale ed antropologico.Scrivere da qui, dal Sud, dalla Puglia, dal Salento, per raccontare le mafie e la subcultura di cui sia espressione significa fare giornalismo di frontiera.È una scelta, faticosa, carica di ansie e preoccupazioni.Chi mi legge, lo sa da anni.“Sei sul Times, che non è proprio il giornalino di Roccacannuccia, eh, lo capisci sì? Questo mestiere ti scava dall’interno come un parassita”, si mangia il tempo le energie ma ci vivi in simbiosi e non puoi farne a meno, mi ha detto alla prima ora un collega di lungo corso, “uno del Nord”.E ha ragione.Perché non puoi fare diversamente, a qualsiasi costo.È un Sacerdozio, oltre che una professione, quando compi le scelte che io e tanti altri con me si sono determinati a compiere.Il Times tira fuori in esclusiva una vicenda di minacce ed una lettera di cui non ho mai parlato, poiché c’è un’indagine in essere, delicata, preziosa per la mia serenità.Quale migliore occasione per ringraziare gli uomini delle forze dell’ordine che a tutti i livelli, negli anni, mi sono sempre stati “vicini”, per ogni necessità, per ogni confronto.No! Non è vittimismo.La minaccia di ritorsioni, le ritorsioni stesse occorse negli anni, fanno parte del “gioco” che io ho voluto scegliere e, una volta fatta questa scelta, non ti “lagni”, denunzi, prendi il toro per le corna e vai avanti.L’articolo parla della nuova geografia della mafia di casa nostra, della lotta alla sacra Corona unita, del prezioso lavoro della giudice Maria Francesca Mariano, di un impegno che non è uno slogan, non è un palco, non è eroismo ma è dovere civico di tutti, nessuno escluso, ciascuno per il suo.Noi giornalisti possiamo e dobbiamo fare molto.Ho deciso di rimanere nella mia terra anche per questo: per raccontarla cambiarla o migliorarla, anche solo un po’.Noi che ci siamo nati, che conosciamo il valore della nostra Terra, delle sue Tradizioni autentiche, dei suoi punti di forza e di debolezza e possiamo fare la nostra parte, ogni giorno, dobbiamo rimboccarci le maniche.“Fabiana Pacella — a Salento-based journalist who was awarded the Cavaliere dell’Ordine, Italy’s highest order of merit, in 2024 following her investigations into SCU — said confronting the mafia had shaped her personal life, with mafiosi trying to shut down her father’s fishery business”, scrive il collega che ha firmato il pezzo.E si, l’incontro con la mafia e con la cultura mafiosa ha cambiato la mia vita, anche quella della mia famiglia, e continua a incidere ogni giorno nelle mie scelte, nei miei pensieri.Al di là dei sorrisi con cui ce la raccontiamo, della forza che ostentiamo, di quel lato allegro e giocoso che serve a nascondere e combattere meglio, ci sono cose che “segnano”, nel profondo, ben oltre la percezione che gli altri abbiano di noi.E se a tanti chilometri di distanza, da un Paese lontano, si accorgono di quello che accade quaggiù e lo raccontano senza infingimenti, andando alla sostanza dell’impegno, non solo mio, ma di chiunque si profonda, forse siamo meno soli, probabilmente andiamo nella giusta direzione.E forse, oltre le bufere, il sole, il mare e il vento sono ancora il simbolo del mio Salento, del Salento che voglio, assieme a ciascuno di voi.
