Tre anni di guerra civile, non meno di 200 mila morti, tra cui 38 operatori dell’informazione, 14 milioni di sfollati e tre quarti della popolazione al limite della fame, sono questi i numeri terribili del conflitto dimenticato in Sudan iniziato (o meglio ripreso) il 15 aprile del 2023, data di inizio del conflitto.
Proprio il 15, a Roma, Amnesty International ha promosso una manifestazione a cui Articolo 21 ha da subito aderito: in questi tre anni la nostra associazione non ha mai smesso di illuminare le vittime di questa guerra che continua nell’indifferenza di tanti,
Gli scontri tra esercito governativo (SAF) e forze di supporto rapido (RSF) continuano in molte regioni del Paese, come Darfur e Kordofan.
Anche dove non si combatte più le conseguenze continuano ad affliggere 33,7 milioni di persone – più di due terzi della popolazione – che necessitano di aiuti umanitari. È il numero più alto al mondo di persone che hanno bisogno di aiuti umanitari e la metà sono bambini. 9,3 milioni sono sfollati interni e 4,3 milioni si sono rifugiati in altri Paesi.
Anche dove non si combatte più le conseguenze continuano ad affliggere 33,7 milioni di persone – più di due terzi della popolazione – che necessitano di aiuti umanitari. È il numero più alto al mondo di persone che hanno bisogno di aiuti umanitari e la metà sono bambini. 9,3 milioni sono sfollati interni e 4,3 milioni si sono rifugiati in altri Paesi.
Il Sudan è attualmente la più grave crisi umanitaria in corso nel mondo.
Tra le ong che provano a portare assistenza alle vittime del conflitto, EMERGENCY, che non ha mai lasciato il Paese,
Nella capitale Khartoum fine 2025 siamo riusciti a riaprire il nostro ambulatorio pediatrico nel campo profughi di Mayo, alle porte di Khartoum – racconta Laura Ena, infermiera coordinatrice della pediatria di EMERGENCY a Khartoum –. Qui stiamo vedendo arrivare camion carichi di profughi dal Kordofan e tanti dei nostri pazienti sono sfollati in condizioni gravi. Sia qui che nell’ambulatorio pediatrico del Centro Salam vediamo mensilmente circa 1.000 bambini per struttura, il 60% presenta malaria severa; molti sono affetti da patologie come pertosse e difterite. Tutte malattie evitabili con vaccini e prevenzione. Strumenti che, però, in un contesto di guerra restano difficilmente accessibili. Un bambino su tre nel Paese, infatti, è sprovvisto di qualsiasi copertura vaccinale.”
Anche dal punto di vista alimentare si stima che 19 milioni di persone siano severamente malnutrite, tra loro 4,2 milioni sono bambini.
“Dei 100 bambini che vediamo ogni giorno uno su cinque è severamente malnutrito – commenta Ljubica Ledenski, direttrice del Centro di EMERGENCY a Nyala, Sud Darfur –. La maggior parte di questi presenta anche altre patologie, soprattutto malattie infettive come polmoniti, a uno stadio grave. Molti hanno bisogno di un supporto continuo di ossigeno per respirare.Le condizioni di vita della popolazione sono precarie, tra rifugi di fortuna, spesso senza adeguata igiene e accesso ad acqua pulita. Ora con la stagione delle piogge il rischio concreto è quello della diffusione di epidemie di colera e gastroenteriti che aumentano la pressione su in sistema già fragile.”
A Nyala, città del Sud Darfur dove EMERGENCY è presente con un ospedale pediatrico la situazione resta tesa: proseguono attacchi con droni e aerei in alcune aree e l’alto tasso di criminalità continua a mettere a rischio la sicurezza dei civili, ripetutamente sfollati e che nonostante tutto si mettono in viaggio per raggiungere i presidi sanitari rimasti attivi. In tutto il Paese solo il 63% delle strutture sanitarie è, parzialmente, funzionante.
“Alcuni di loro mettono insieme tutto il loro coraggio per raggiungere l’ospedale. Abbiamo ricevuto pazienti da altre aree del Darfur e non solo, che per venire a curarsi hanno affrontato viaggi lunghi e costosi.”
“Non ci siamo mai fermati perché sapevamo che la popolazione aveva bisogno di cure – conclude Samir Ibrahim, coordinatore della logistica di EMERGENCY a Khartoum –.Quando è scoppiata la guerra sono riuscito a trasferire la mia famiglia fuori Paese mentre, per poter offrire il mio totale supporto al progetto e vista la situazione di rischio in città, io mi sono stabilito in ospedale; mia moglie era incinta. Non ho visto il nostro bambino finché non ha compiuto otto mesi. Eravamo l’unica struttura funzionante nella zona, non potevamo andarcene. Quello che spero per il mio Paese è semplice: che la guerra finisca. Tante persone stanno soffrendo, anche lontano dalle zone di combattimento. Abbiamo bisogno di tornare a una vita normale, abbiamo bisogno di pace. E soprattutto di non essere dimenticati.”
Alla situazione già grave nel Paese va ad aggiungersi l’impatto dell’attuale guerra nel Golfo che con la chiusura dello stretto di Hormuz, rischia di avere ricadutensull’approvvigionamento di materiali, primi tra tutti i farmaci.
Al momento un carico di medicinali di Emergency e di altre ong sono bloccati a Dubai.
Anche il costo del carburante, fondamentale per alimentare i generatori con cui vengono portate avanti le attività, è in aumento a causa delle chiusure dovute al conflitto.
