Giornalismo sotto attacco in Italia

Referendum: puntare sui SI per far vincere i NO

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Se l’affluenza al referendum sulla giustizia resterà sotto il 50%, rincorrere gli indecisi o tentare di convertire un elettore di destra al “No” equivale a un investimento a basso rendimento. Le risorse disponibili – tempo, messaggi, organizzazione, presenza territoriale, interventi televisivi – dovrebbero invece essere concentrate su un obiettivo preciso: i circa 13 milioni di elettori (compresi quelli all’estero) che nel 2025 parteciparono al referendum sul lavoro votando “Sì”.

Non per una presunta affinità ideologica, ma per una ragione molto più concreta: si tratta di un elettorato già mobilitato, che ha dimostrato di esistere e di sapersi attivare nelle urne. In un referendum senza quorum, questo è il solo dato politicamente decisivo. Se vota meno della metà degli aventi diritto, la maggioranza si colloca grosso modo attorno agli 11-13 milioni di voti validi, a seconda dell’affluenza effettiva. È un livello compatibile con l’ordine di grandezza del bacino che nel 2025 si è già mosso, mentre diventa molto più difficile da raggiungere se si parte da elettori intermittenti o da platee politicamente lontane.

Il punto centrale, spesso sottovalutato, è che “indeciso” non significa “persuadibile”: spesso significa poco motivato, poco informato, e soprattutto poco incline ad andare al seggio. L’esperienza dei referendum italiani è costellata di campagne che hanno parlato per settimane agli indecisi, salvo scoprire alla fine che una parte consistente non ha votato affatto.

Anche l’operazione “conversione” dell’elettore di destra ha un limite strutturale: è lenta, conflittuale, richiede messaggi complessi e raramente produce spostamenti netti su consultazioni tecniche. Quando il tempo è poco e l’affluenza incerta, è più razionale lavorare su chi non va “convertito” ma solo richiamato: persone che hanno già fatto, di recente, l’atto più difficile nei referendum contemporanei, cioè alzarsi, andare al seggio e votare.

C’è infine un argomento pratico: un bacino da 13 milioni è aggredibile con strumenti concreti. Può essere contattato in modo mirato attraverso reti associative, territori, sindacati, categorie professionali, canali informativi già collaudati nelle campagne referendarie: in particolare, i talk show televisivi e gli appelli dei testimonial.

Gli “incerti” sono una nebulosa: si segmentano male, reagiscono tardi, sono volatili. Il risultato è che la campagna finisce per parlare a un pubblico indistinto, mentre in un referendum senza quorum contano soprattutto gli elettori che “ci sono” davvero.

Se l’affluenza, come indicano quasi tutti i sondaggi si attesta intorno al 50%, non serve inseguire voti improbabili. Chi vince non è chi persuade di più in teoria; ma chi, in pratica, porta più persone al seggio. E quei 13 milioni, in uno scenario di partecipazione contenuta, sono il terreno più solido su cui costruire una maggioranza.


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