Amnesty International: “Gli attacchi israeliani contro i giornalisti nel sud del Libano siano indagati come crimini di guerra” 

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Secondo una nuova indagine di Amnesty International, gli attacchi israeliani del 13 ottobre contro un gruppo di sette giornalisti nel sud del Libano, che hanno causato la morte del giornalista dell’agenzia Reuters Issam Abdallah (nella foto) e il ferimento di altri sei colleghi, sono stati attacchi diretti contro i civili e in quanto tali devono essere indagati come crimini di guerra.

Issam Abdallah, fotogiornalista della Reuters, Thaier Al-Sudani, fotografo della Reuters, Maher Nazeh, fotogiornalista della Reuters, Christina Assi, fotografa della France-Presse, Dylan Collins, fotogiornalista della France-Presse, Carmen Joukhadar, reporter di Al Jazeera ed Elie Brakhya, fotogiornalista di Al Jazeera, si erano fermati in una località vicina al villaggio di Alma al-Chaab nel sud del Libano, per documentare gli scontri in corso tra le forze israeliane e Hezbollah ad Hanita, nel nord di Israele.

Esattamente un minuto e 23 secondi prima del primo attacco, i giornalisti hanno girato le loro telecamere verso sud-ovest, in direzione di Hanita, iniziando a riprendere una postazione militare israeliana al confine col Libano. Nei filmati girati da tre diverse telecamere si vedono infrastrutture militari israeliane, come una torre di controllo e antenne, e un carro armato israeliano Merkava che spara in direzione dell’area di El-Dabche nel Libano.

Alcuni secondi dopo, alle 18.02, un carro armato israeliano posizionato a est dei giornalisti ha aperto il fuoco, uccidendo Issam Abdallah, che era seduto su una sporgenza di pietra, e ferendo gravemente Christina Assi. Un secondo attacco con un’arma diversa, avvenuto 37 secondi dopo, ha colpito il luogo dove si trovava l’auto bianca di Al Jazeera, che ha preso fuoco.

Christina Assi ha perso una gamba e si trova ancora in ospedale. Dylan Collins ha riportato ferite da schegge al viso, alle braccia e alla schiena. Maher Nazeh ferite da schegge alle braccia, Thaier al-Sudani ferite da schegge sull’intero lato sinistro del corpo, Carmen Joukhadar ferite da schegge e altre lesioni, in particolare nella parte inferiore del corpo e, infine, Elie Brakhya gravi lesioni su entrambe le braccia e la spalla rotta.

I video registrati dai giornalisti e verificati da Amnesty International mostrano che il loro gruppo si trovava su una collina, lungo una strada accanto a una casa, con un’ampia vista sulla valle che delimita il confine tra il Libano e Israele. Questa postazione privilegiata permetteva ai giornalisti di avere una chiara visuale su diverse postazioni militari israeliane, tra cui Al-Nawaqir, Jordeikh e Hanita.

Giornalisti della France-Presse, di Al Jazeera, della Lebanese Broadcasting Corporation e di Al Jadeed Tv hanno dichiarato ad Amnesty International di aver scelto volutamente questa posizione perché si trova su una collina e consentiva loro di filmare gli scontri a Hanita, su un’altra collina separata da una valle. I video e le immagini verificati da Amnesty International mostrano che i sette giornalisti indossavano giubbotti antiproiettile con l’etichetta “press” e che l’auto della troupe della Reuters, di colore blu, era contrassegnata dalla scritta “Tv” mediante nastro giallo sul cofano.

Il videoreporter di Al Jazeera, Elie Brakhya, ha descritto ad Amnesty International le precauzioni adottate dai giornalisti: “La nostra auto era bianca, tenevamo tutte le porte aperte, appositamente, per far capire che eravamo giornalisti su una collina, senza presenza militare, senza cespugli, senza altre persone, solo un paio di case e sabbia bianca. Siamo giornalisti, quindi non scegliamo luoghi sospetti; scegliamo luoghi estremamente esposti”.

Carmen Joukhadar, reporter di Al Jazeera, ha aggiunto: “Eravamo sette giornalisti, equipaggiati con giubbotti da stampa, elmetti, tre auto e diverse telecamere su treppiedi. In breve, era impossibile non riconoscerci”.

L’analisi dei frammenti dell’arma rinvenuti indica che Issam Abdallah è stato ucciso da un proiettile da carro armato da 120 millimetri, molto probabilmente un proiettile M339, prodotto dalla IMI Systems israeliana e già identificato in altre indagini di Amnesty International relative ad attacchi da parte delle forze armate israeliane.

Dopo gli attacchi del 13 ottobre, Gilad Erdan, rappresentante di Israele presso le Nazioni Unite ha dichiarato: “Ovviamente, non vorremmo mai colpire, uccidere o sparare a un giornalista. Ma si sa, siamo in stato di guerra e può succedere”. Il giorno successivo le forze armate israeliane hanno affermato che “l’incidente” era sotto esame.

Nel maggio 2023, il Committee to Protect Journalists ha dichiarato che nei precedenti 22 anni nessun membro delle forze armate israeliane era stato incriminato o ritenuto responsabile dell’uccisione di almeno 20 giornalisti, tra i quali Shireen Abu Akleh, uccisa nella Cisgiordania occupata nel 2022.

Altri tre giornalisti libanesi, oltre a Issam Abdallah, che stavano seguendo gli scontri nel sud del Libano, sono stati uccisi: il 21 novembre tre civili, la reporter Farah Omar e il cameraman Rabih Maamari della televisione locale Al Mayadeen sono stati uccisi insieme alla loro guida Hussein Akil in un attacco nel villaggio di Teir Harfa nel distretto di Tiro.

Dal 7 ottobre, il Committee to Protect Journalists ha confermato la morte di almeno 63 giornalisti e altri operatori dei media: 56 palestinesi, quattro israeliani e tre libanesi. È necessaria un’indagine indipendente e imparziale su queste uccisioni.


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