In Italia l’informazione non sta bene. Ecco perché sarò alla festa di Articolo 21

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Il 12 luglio parteciperò alla festa di Articolo 21 perché l’informazione in Italia non gode di buona salute e la politica che dovrebbe difenderla è in catalessi (ormai prolungata) oppure spera di sopravvivere grazie a qualche sparuta briciola lanciata astutamente dalla tavola imbandita. Tutto poi si aggrava con la diffusione tra i giornalisti dei virus dell’indifferenza e della resa di fronte alla ineluttabilità degli avvenimenti.
Querele bavaglio, decreto Nordio, esondazione della pubblicità nei resoconti informativi e revisione del contratto di servizio Rai sono un ostacolo allo sviluppo dell’informazione, con il rischio di trasformarsi nei primi mattoni per l’edificazione della nuova narrazione, oggi tanto caldeggiata.
Certo, passata la buriana degli addii alla Rai di artisti e colleghi che hanno rappresentato al meglio il servizio pubblico, e l’arrivo in corso di “volti nuovi” graditi ai nocchieri ora al timone, c’è da ragionare per delineare un futuro per l’azienda.
Un amico, sociologo di formazione, mi ripete sempre che bisogna scarnificare un problema, ridurlo ai minimi termini per arrivare alla sua soluzione, senza escluderne gli elementi costitutivi. Al di là, dunque, dei berci della destra populista e arruffona, il 4 luglio su “La Stampa” così commenta Assia Neumann Dayan il ‘Grand Hotel Rai, gente che va e gente che viene’:
“Non ci sono martiri, nessuno rimarrà in mezzo ad una strada, semplicemente fare televisione è un lavoro come un altro: si va dove ci sono le migliori opportunità economiche ed editoriali. E non so nemmeno quanto questo sia di sinistra. Ci immaginiamo sempre grandi struggimenti morali dietro alcune scelte ma la realtà non è mai romantica come un cospicuo precedente Rai”.
Insomma, la conclusione è che la vicenda assume le sembianze del calciomercato. Anche ma non solo, aggiungerebbe Crozza in veste politica.
Il 5 luglio quell’indomabile ed inveterato radicale di Valter Vecellio (caro a tutti i colleghi, in primis quelli Rai) va oltre affermando “che gli piacerebbe leggere qualcosa di decente e serio sulla Rai al di là dei noiosi blabla sulle uscite”. E mette il dito nella piaga con l’intelligente provocazione che gli appartiene, ricordando il progressivo svuotamento culturale, professionale, tecnico, autoriale della azienda pubblica partita in anni lontani, complici anche le gestioni di centrosinistra.
Oggi mi piacerebbe sapere ad esempio se i racconti televisivi di Domenico Iannaccone sulle periferie italiane troveranno spazio nei palinsesti autunnali.
Ecco credo che ce ne siano abbastanza di ragioni per partecipare alla Festa, senza tralasciare il merito di Articolo 21 di essere ormai tra i pochi soggetti a non spegnere le luci sulle crisi dimenticate, tra cui la condizioni delle donne in Afghanistan ed Iran, ormai accantonate dal mainstream informativo.
PS
Mentre scrivo, sto finendo di leggere il libro “Quattro centesimi a riga. Morire di giornalismo” di Lucio Luca e Attilio Bolzoni (Zolfo editore). Un incredibile documento che ricostruisce la storia di un nostro collega calabrese che a 40 anni, schiacciato da uno stipendio di fame, minacce dell’editore, un divorzio, ha deciso di lasciare questo mondo.
Ebbene sì, il precariato esiste anche nell’informazione, per chi non lo sa o finge di ignorarlo. Per essere più precisi è la realtà quotidiana con cui si confronta la maggioranza dei giornalisti, impegnati in piccole testate di carta stampata e online, emittenti radio tv, autori di videoinchieste, podcast, etc. Il precariato assurto a regola di vita, da affrontare con 4 centesimi a riga significa l’impossibilità di mettere insieme pranzo e cena.
Articolo 21 è anche questo: la comprensione delle nuove realtà editoriali da coniugare con la corretta Politica dell’Informazione.
(Disegno di Alekos Prete)


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