Che non si usi cinicamente il disastro per negare il voto anche a chi è sopravvissuto

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La catastrofe immensa che ha stravolto il sud est della Turchia e il nord della Siria, è raccontata molto spesso in maniera assurda dai media nostrani. Più aumenta il numero delle vittime – la cifra di 40mila rischia di essere sorpassata mentre leggerete questo articolo – più viene derubricata nella gerarchia delle notizie.

Si fa qualche eccezione gridando al miracolo, quando dopo una settimana si ritrovano, sepolti dalle macerie, sopravvissuti, ma sembra che le pseudo trasgressioni per cui si minacciano purghe per gli autori Rai a Sanremo, alcune dichiarazioni improvvide rilasciate dai sedicenti leader politici di turno, le schermaglie da siparietto da basso impero della politica, debbano avere maggiore spazio e rilevanza.

Una rimozione non casuale perché lo scenario internazionale a cui ci si dovrebbe approcciare è complesso, imporrebbe di inquadrare un contesto geopolitico articolato e soprattutto costringerebbe ad affermazioni scomode. Ed è imbarazzante che in Turchia ci sia una sede Rai, che offre servizi su tutto il Medio Oriente ma segua con estrema prudenza la situazione in Turchia e Siria. Problemi enormi emergono rispetto ai soccorsi. Dalla scarsa volontà di considerare degna d’attenzione la popolazione siriana, anche in Turchia sembra dover esistere una priorità al sostegno verso una parte della propria popolazione lasciando indietro o, peggio ancora, pretendendo di controllare le forme di aiuto che arrivano alle popolazioni kurde che sono in maggioranza nell’area.

Eppure del cataclisma oggi vediamo unicamente l’effetto immediato. Quando si verifica una distruzione simile, in un ambito attraversato dall’aggressione turca alla Siria, alle azioni di repressione militare che l’esercito di Erdogan pratica con la componente kurda, alla guerra civile in Siria dove si confrontano un autocrate come Assad, milizie jihadiste e minoranze kurde bisognerebbe avere avuto, già prima, l’autorevolezza politica di fare scelte nette. Il terremoto non solo si è sommato alle distruzioni provocate dalle guerre, ma amplierà in maniera enorme il numero delle persone oggi privo di qualsiasi mezzo di sostentamento, di un tetto e col rischio che esplodano epidemie che potrebbero produrre effetti mai visti.

Solo dalla Siria si parla di almeno 5milioni di persone sfollate, altre centinaia di migliaia ce ne sono in Turchia e la domanda da porsi è cosa fare per costoro? L’interruzione delle sanzioni verso la Siria – soltanto temporanee e selettive – annunciate dagli Usa ma non ancora fatte proprie dall’UE, sono una goccia nel mare. Giusta e sintomo di grande maturità politica, la scelta fatta dal PKK (il Partito dei Lavoratori Kurdi) di Abdullah Ocalan, di dichiarare una temporanea tregua unilaterale con l’esercito di Ankara. Eppure, anche dopo le prime ore dal sisma, tanto da Damasco che da Ankara sono partiti attacchi militari mediante caccia verso coloro che sono considerati “terroristi”.

Agghiaccianti le dichiarazioni della figlia di Bashar al Assad, secondo cui in alcuni villaggi “nemici” non andavano inviati soccorsi. Ora in un contesto del genere, la comunità internazionale ha due possibilità. La prima è il proseguo di quanto attuato finora dall’UE fin dal 2016. Dal 18 marzo di quell’anno infatti l’UE ha inviato risorse per miliardi di euro al regime di Erdogan per fermare i profughi, soprattutto siriani, in fuga verso l’Europa. Delle modalità con cui queste risorse sono state utilizzate poco o nulla è dato sapere, ma il risultato che si voleva ottenere, fermare almeno in parte i richiedenti asilo, è stato ottenuto. L’Europa cinica dei leader, che nelle stesse ore in cui si iniziava a scavare fra le macerie, si radunava in via straordinaria per decidere come finanziare i meccanismi di controllo delle frontiere, potrebbe, seguendo questa linea, stanziare altro budget per alzare i muri dalla Turchia, lavandosi le mani con l’ipocrita narrazione dell’ “aiutiamoli a casa loro”. Sarebbe la scelta più in linea con quanto finora praticato nell’ottica di garantire i sacri confini della fortezza.

Ma la scelta potrebbe anche essere un’altra, quella che restituirebbe dignità all’idea d’Europa di Altiero Spinelli. Così come e giustamente, in occasione dell’aggressione della Russia all’Ucraina si è deciso di applicare una direttiva mai messa in azione, la 55/2001, che garantisce facilitazioni e benefici per chi fugge da un conflitto, attraverso una protezione umanitaria temporanea, inclusione dei minori nelle scuole, accoglienza e sostegno economico temporaneo, senza dover inciampare negli ostacoli burocratici che spesso scoraggiano chi prova a chiedere asilo, perché non si applica tale direttiva anche nelle aree colpite dal sisma?

La guerra è anche lì, le repressioni sono anche lì, la catastrofe sismica ha reso ancora più impossibile restare in quelle aree e l’accoglienza in UE potrebbe essere l’alternativa alla logica mortifera degli immensi campi profughi che normalmente si allestiscono in tali condizioni. Una sorta di “aiutiamoli a casa nostra” che potrebbe tenere conto di diversi fattori. Intanto coloro che, nel corso degli anni, tanto dalla Siria che dalle aree turche a maggioranza kurda, si sono stabilizzati in alcuni paesi UE sono in grado anche di collaborare con gli Stati per garantire accoglienza e percorsi di sostegno sociale. In seconda battuta, un percorso di questo tipo, rimetterebbe in discussione gli accordi antimmigrazione, stipulati col regime di Erdogan e libererebbe risorse da destinare realmente alle popolazioni colpite da conflitti e sisma. Una scelta di questo tipo segnerebbe un cambio di paradigma dell’Unione nelle relazioni internazionali, non si tratterebbe – come racconterebbero le destre xenofobe – di farci carico del peso di una tragedia epocale, ma di ristabilire un ruolo concreto di attori attivi nello scenario internazionale. L’Europa uscirebbe dalla mediocrità dell’isolazionismo degli Stati e si affermerebbe come un unione protagonista in grado di essere reale elemento di mediazione e di interlocuzione in un’area così importante il cui destino non può essere affidato né a potenze regionali fragili né tantomeno al rapporto conflittuale in atto fra Usa e Russia. Si tratterebbe insomma di una scelta umanitaria ma dal forte significato politico, così come, giustamente lo è stato quello di accogliere chi fugge dell’Ucraina e, in maniera infinitamente minore e insufficiente, chi è dovuto andar via dall’Afghanistan dopo l’arrivo dei talebani. Ma marcare questo atto con l’applicazione di una direttiva europea e non in base a deliberazioni parziali, significa predisporre anche corridoi umanitari sicuri, gestione diretta degli interventi di soccorso, modalità di accesso standard ai Paesi UE. Significherebbe certamente anche interrompere il ricatto turco secondo cui l’adesione alla NATO di Finlandia e Svezia potrebbe avvenire soltanto in cambio dei “terroristi” kurdi individuati da Erdogan in quei Paesi, spesso giornalisti, rappresentanti politici, avvocati e di nuove forniture di armi. Si tratterebbe di rivoluzionare l’agenda delle relazioni e dei rapporti tenendo conto di un’emergenza i cui effetti peseranno per anni. La piccola Svizzera, mentre scriviamo, ha consentito maggiore disponibilità di accesso, per protezione temporanea, nel proprio territorio per chi giunge da quelle aree, cosa accadrebbe se lo facesse l’Unione Europea? Altro che trionfo delle logiche di Visegrad, un’azione del genere imporrebbe di rivedere le relazioni e le politiche dei visti in maniera globale e potendo guardare al futuro. Intanto c’è da sperare che in Turchia si sospendano, tanto il percorso per mettere fuorilegge l’Hdp, il Partito della Democrazia dei Popoli, laico e democratico, a fortissima componente kurda e maggioritario nelle aree colpite dal sisma. E poi che si possa arrivare alle elezioni, previste prima del terremoto per maggio, in maniera tale da garantire un’effettiva partecipazione democratica di tutte e di tutti. Che non si usi cinicamente il disastro per negare il voto anche a chi è sopravvissuto. Sarebbe uno schiaffo di cui i nostri governi sarebbero complici.
Stefano Galieni


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