Dare una pacca sul sedere a una sconosciuta è normale?

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Dare una pacca sul sedere a una sconosciuta è normale. Così come dover rassicurare con un “io ti credo” la  vittima di violenza o peggio di stupro. In Italia ancora oggi sono anche le parole; è il linguaggio che più che mai racchiude qualcosa che proprio non va quando si parla di donne. Delle donne che subiscono violenza il cui primo problema, a detta degli esperti, resta quello di riuscire a farsi credere.

Ma andiamo per ordine e partiamo dal recente fatto di cronaca avvenuto al termine della partita Empoli-Fiorentina. La cronista sportiva Greta Beccaglia  è in diretta con lo studio dell’ emittente “Toscana tv”.

Alle sue spalle i tifosi che escono dallo stadio uno le passa vicino degli altri e come se niente fosse le tocca il  sedere. A quel punto il collega conduttore cosa fa? Le si rivolge dicendo: “Non te la prendere”.

Dallo studio televisivo al posto di fare ciò che è peraltro previsto dal decalogo di autodisciplina dei giornalisti sportivi, invita la collega quasi a stare buona. Poco importa se qualche minuto più tardi la scena rischia di ripetersi e se alla donna vengono rivolti commenti sessisti. No. Il collega non sembra  minimamente contemplare che esiste peraltro un decalogo approvato dal Cnog all’unanimità il 20 marzo 2009 – che al punto nove cita testualmente: “Il giornalista sportivo conduttore di programma si dissocia immediatamente, in diretta, da atteggiamenti minacciosi, scorretti, litigiosi che provengano da ospiti, colleghi, protagonisti interessati all’avvenimento, interlocutori telefonici, via internet o sms”.

Dissociarsi immediatamente, prendere le distanze in questo caso dagli atti, ma anche solo dalle parole. Da quelle espressioni “da bar” che spesso gli uomini usano per definire una bella donna che passa. Una ragazza vestita in un certo modo piuttosto che in un altro.

Prendere le distanze subito. Lo ha ripetuto Alessandra Kustermann del Policlinico di Milano – fondatrice del Pronto Soccorso e accettazione ostetrico ginecologico SVSEdE consultorio familiare. Oltre alla sua esperienza di medica ha espresso il suo profondo rammarico rispetto al fatto che ancora oggi una donna che subisce violenza debba difendersi anche da una narrazione e una modalità di ascolto rispetto alla sua testimonianza che in ambito di indagini preliminari da parte delle forze dell’ordine troppo spesso sono inadeguate. Per una donna che subisce violenze, nella maggior parte dei casi domestiche, è difficile raccontare ciò che è accaduto. A volte preferisce non denunciare perché non più in grado di confrontarsi con gli altri. “Le violenze psicologiche possono essere di gran lunga peggio delle percosse” assicura. “Ancora oggi non si sanno usare le parole giuste. Donne che si sentono giudicate”.

Esperienze emerse nel corso dell’incontro “L’insostenibile peso delle parole” promosso da Monica Forte, presidente della commissione antimafia di Regione Lombardia che si è svolto a Milano nei giorni scorsi al quale hanno partecipato da remoto anche gli studenti del corso di Sociologia della Comunicazione della professoressa Pina Lalli.

Le donne purtroppo devono dimostrare di essere attendibili e credibili anche da vittime e anche nelle aule di Giustizia. Una questione sollevata da Maria Letizia Mannella – Procuratore aggiunto alla guida del V dipartimento della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano – riportando proprio gli esempi di ciò che purtroppo avviene ancora in molte aule: “Non è lecito basare il giudizio su condizioni familiari della denunciante, sulle sue relazioni sentimentali, gli orientamenti sessuali, le scelte di vestiario o scelte di vita precedenti all’accaduto”.

Tutto ciò ha come effetto principale “quello di scoraggiare la presentazione della denuncia da parte della vittima, soprattutto se la violenza è perpetrata dal partner o dall’ex compagno”.

Ancora oggi “si assiste quindi a far passare fatti gravi per inezie quando la vittima ha dei trascorsi considerati discutibili – commenta Mannella-. Questo porta a una stigmatizzazione della vita privata, compromettendo al contempo la credibilità della vittima”.

La vittima quindi viene considerata poco credibile se non si è sottratta alle violenze o alle persecuzioni; non si “tiene conto di un eventuale stato di paura o soggezione quando la motivazione di tale comportamento la si ritrova in questi stati d’animo”.

Per questo l’Italia è stata condannata. La Pm infatti cita la sentenza della Corte Edu ( Europea dei diritti dell’uomo) del 27 maggio 2021 di condanna dell’Italia per violazione dell’art. 8 della Cedu e il concetto di vittimizzazione secondaria che spesso è dovuta a “procedure consuetudinarie dell’Autorità pubblica che dovrebbe attuare delle modalità differenziate che mettano a loro agio le vittime”. Ma dalla Corte europea  viene scritto anche di più e su cui forse dovrebbero riflettere e agire tutti, uomini compresi: “I tre magistrati di Corte d’appello nel giudicare una violenza sessuale di gruppo avevano riprodotto stereotipi sessisti e veicolato pregiudizi sul ruolo della donna che esistono nella società italiana e che sono suscettibili di costituire un ostacolo a una protezione effettiva dei diritti delle vittime di violenza  di genere”.

In fondo anche dare una pacca sul sedere a una donna sconosciuta è una cosa che fa parte degli stereotipi e della tradizione italiana, giusto?


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