30 aprile 1945: la strage nazista a Merano. Nove civili trucidati

0 0

Il 30 aprile 1945 durante un corteo nel centro di Merano (Bolzano) vengono trucidati dai nazisti: nel computo delle 400 stragi di vittime civili avvenute in Italia dal 1943 al 1945, entra anche questo atto sanguinario commesso dalle SS presenti in città. Sulla pagina facebook di Padri e Madri della Libertà viene raccontato quanto accadde in una giornata vissuta dalla città con dolore e angoscia. Per ricordare la strage sulla parete del Teatro Puccini di Merano è stata posta una lapide con i nomi delle vittime innocenti, tra cui c’erano anche dei partigiani “colpevoli” di festeggiare la Liberazione avvenuta solo cinque giorni prima: il 25 aprile I loro nomi: BERINI Gino; BERTINI Giulio; CASTAGNA Paolino Pietro; COMINA Orlando, D’AMICO Andrea Carlo; FERRARI Dino; NERI, Otello; VIVORI Benone; ZANINI Luigi. Nel 2017 è scomparso l’ultimo dei superstiti alla strage: a 91 anni è spirato Pietro Lonardi. Aveva solo diciottoanni, quando il 30 aprile del 1945, sceso in strada per unirsi al corteo pacifico per festeggiare l’avvenuta liberazione dall’occupazione nazifascista e la fine della guerra. I civili si erano radunati in centro a Merano davanti al Comune e all’angolo tra quella che ora è via XXX aprile e Corso della Libertà, quando furono colpiti da raffiche di mitra. I soldati delle SS spararono senza pietà e anche Lonardi fu ferito gravemente.

La lapide con i nomi delle vittime strage di Merano 30 aprile 1945 (facciata del Teatro Puccini di Merano)

Su di lui infierirono colpendolo con calci e calci di fucile, insultato sul cui corpo furono anche lanciati sputi. Un accanimento feroce perché non si presto all’ordine di sputare sulla bandiera tricolore. Pietro subì anche l’amputazione di una gamba. Un uomo che tutti ricordano come esempio per non aver mai parlato con sentimenti di odio e vendetta nei confronti di chi si era reso responsabile del male subito. La ferocia era stata istigata da altri civili di lingua tedesca che avevano voluto denunciare la loro presenza per strada. Ne parla anche lo storico e scrittore Paolo Valenti nel libro “Porto di mare” (Editore Temi) dove descrive cosa accadde.  I civili furono colpiti da colpi partiti dalle finestre dei palazzi che davano sulla strada. Regnava la più totale confusione in città per via che ancora non era chiaro chi dovesse prendere il comando: i tedeschi si stavano ritirando ma la loro presenza era vista come un pericolo dal CLN. Lo scrittore spiega anche la causa della strage come “un errore di comunicazione tra le truppe. Un problema di confusione sia all’interno delle truppe germaniche che dei gruppi partigiani”.

Merano era un città ospedaliera e luogo dove trovano rifugio spie da tutta Europa, diplomatici, e ufficiali delle SS, gerarchi nazisti, protetti e fatti fuggire poi in clandestinità con passaporti falsi verso il Sudamerica. la città aveva ospitato anche a Castel Labers la sede dove venivano smistate le sterline false che i nazisti avevano stampato nelle tipografie dei lager in Germania, a opera di tipografi ebrei. La storia di Merano cita anche Benito Mussolini che aveva scelto di transitare da qui prima di fuggire in Germania, ma l’intento fallì quando fu arrestato e ucciso a Dongo il 26 aprile. 

Le vittime di Merano (foto tratta dal sito https://www.cultura.trentino.it/Biblio/Accaddeoggi/accaddeoggi-30-aprile-1945)

L’associazione Padri e Madri della Libertà ha rievocato la strage del 1945. Scrive Lorenzo Gardumi su facebook: «Nelle ultime settimane del conflitto, Bolzano aveva cominciato ad accogliere gli stati maggiori dei generali Heinrich von Viethingoff e Karl Wolff, protetti da un contingente di soldati via via accresciutosi con l’inizio del ripiegamento delle armate tedesche: verso la fine del conflitto, le forze di stanza in Tirolo assommavano a circa 70 mila uomini cui si aggiungevano altre migliaia dei presidi e delle forze di polizia dell’Alpenvorland. Una presenza militare ragguardevole e potenzialmente in grado di organizzare l’ultima, disperata difesa nazista. Intorno alla fine di aprile, le trattative dell’operazione Sunrise si accavallarono e sovrapposero a quelle condotte da Bruno De Angelis, nuovo responsabile del ricostituito CLN di Bolzano, che aveva preso contatto con le massime autorità militari germaniche. L’obbiettivo di De Angelis era ottenere il controllo della provincia in nome del governo italiano e nel contempo impedire che i tedeschi, sobillati dai circoli filo-nazisti sudtirolesi, potessero sfruttare la situazione per scatenare un massacro dei cittadini di lingua italiana, e avanzare poi pretese nazionalistiche sulla zona.

Per questo motivo, De Angelis e i suoi collaboratori volevano ottenere al più presto il passaggio di consegne; approfittando del caos di competenze che si stava profilando negli organi di occupazione tedeschi, il CLN bolzanino decise d’intervenire allo scopo di dimostrare in maniera sostanziale l’italianità dei territori altoatesini. Nella mattinata del 30 aprile, il CLN di Merano ordinò l’occupazione del Municipio cittadino da parte di un gruppo di armati, composto di patrioti e vigili urbani, che furono però subito arrestati e dispersi. Un’azione non voluta da Bruno de Angelis, favorevole semmai a una manifestazione patriottica e pacifica. Nel frattempo, infatti, si era andata diffondendo la voce che la «guerra era finita» e molti meranesi di lingua italiana erano scesi in strada a festeggiare la conclusione del conflitto: un mini-corteo di 30 persone, poi ingrossatosi a qualche centinaio, si radunò in piazza del Grano. Qualcuno aveva un bracciale tricolore al braccio e qualche bandiera, ma la folla era completamente disarmata. A un certo punto, il corteo si divise: una parte, giunta in corso Principe di Piemonte, fu fatta segno a colpi d’arma da fuoco da parte di tre soldati tedeschi, sobillati da alcuni giovani abitanti sudtirolesi. Il primo a cadere fu un bambino di 7 anni, Paolo Castagna; pochi istanti e anche Otello Neri, che aveva cercato di prestare soccorso al ragazzino, fu ucciso. Nel frattempo, all’incirca a mezzogiorno, la parte restante del corteo si stava dirigendo verso il centro cittadino quando fu bersagliata da colpi d’arma da fuoco sparati da alcune SS. Sempre istigati da alcuni sudtirolesi, i militari cominciarono a inseguire i manifestanti sparando all’impazzata raffiche di fucileria e mitragliatrice uccidendo Orlando Comina, Andrea D’amico, Dino Ferrari, Benone Vivori, Luigi Zanini, Gino Berini e Giulio Bertini; altri 11/12 italiani rimasero feriti, tra questi Luigi Boschesi, Pietro Lonardi, Mario Miglioranzi e Ugo Donati.

Probabilmente, l’attacco al Municipio aveva allarmato ufficiali e soldati tedeschi spingendoli ad adottare una linea dura di fronte all’improvvisato corteo. È altrettanto certo che pesarono gli incitamenti manifestati da alcuni abitanti di lingua tedesca. L’elenco dei reparti responsabili della strage: Wehrmacht reparto non precisato. Tipo di reparto: Wehrmacht. Appartenenza: Heer Wehrmacht. SS reparto non precisato. Tipo di reparto: Waffen-SS. L’elenco persone responsabili o presunte responsabili: Augusto Knoll, Carolina Knoll, Giacomo Martinger, Herta Maringele, Luisa Weirauther, Siglinda Heidenreich, Ugo Augusto Knoll. Nel dopoguerra, la CAS di Bolzano giudicò i meranesi di lingua tedesca che avevano istigato i soldati tedeschi e partecipato in qualche modo alle uccisioni: Giacomo Martinger, Giovanni Mittelberger, Augusto Knoll, Carolina Knoll, Siglinda Heidenreich, Luisa Weirauther, Herta Maringele; Ugo Knoll riuscì invece a darsi latitante. Gli otto furono accusati di avere collaborato col tedesco invasore nella sanguinosa repressione di una pacifica manifestazione concorrendo con i militari tedeschi nell’uccisione di Benone Vivori, Otello Neri, Luigi Trabacchi, Andrea d’Amico, Luigi Zanini, Giulio Bertini, Dino Ferrari, Orlando Comina e di avere concorso al ferimento di altre 11 persone. Carolina Knoll fu condannata all’ergastolo, mentre Herta Maringele, Augusto e Ugo Knoll a 30 anni di prigione – quest’ultimo sarà catturato nel novembre 1946 a Prato allo Stelvio. Assolti per non aver commesso il fatto o per insufficienza di prove: Luisa Weirauther, Siglinda Heidenreich, Giacomo Martinger. Nel luglio 1946, l’«amnistia Togliatti» portò alla scarcerazione dei quattro condannati.

Come per la «Battaglia di Bolzano», anche per Merano esiste una memoria frammentata dal punto di vista della ricostruzione storica. Alcuni, come ad esempio Giovanni Perez, sostengono che la strage di Merano fu un atto barbarico compiuto contro una folla di manifestanti inermi e pacifici, che intendevano festeggiare la fine del conflitto – anche se l’’annuncio ufficiale fu dato il 2 maggio 1945 e non il 30 aprile; altri, ad esempio Gerald Steinacher e Carlo Romeo, tendono a sottolineare il carattere politico di una manifestazione voluta (non senza divergenze) dai CLN di Merano e Bolzano e avvertita dai militari tedeschi e dalle autorità d’occupazione come un tentativo d\’insurrezione armata, come quelli che stavano contrassegnando le metropoli del Nord Italia. Questi studi, condotti da studiosi di lingua italiana e tedesca, hanno posto l’accento sulla disorganizzazione di entrambe le autorità, quella ciellenistica e quella tedesca, in una delicata fase di passaggio dalla guerra alla pace, non tralasciando di elencare, tra le possibili cause, anche il tentativo di garantire la sovranità italiana in un territorio difficile e problematico, caratterizzato da un aspro conflitto interetnico».


Iscriviti alla Newsletter di Articolo21