Come si licenzia un direttore

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La sua Mini aziendale aveva  i mesi contati. Gli avevano preannunciato la consegna di una nuova Fiat 500X. Ironia della sorte è stata proprio la Fiat a licenziarlo. Senza preavviso, senza contestazioni, Paolo Boldrini non è più il direttore della Gazzetta di Mantova, il quotidiano più antico d’Italia.

“La sera prima mi arriva la convocazione  a un generico incontro organizzativo la mattina successiva con l’amministratore delegato del gruppo Gedi. C’è anche non annunciato il direttore del personale, mi comunicano in modo glaciale che non sono più il direttore della Gazzetta, licenziato senza altri incarichi. Dopo la vendita di quattro giornali (n.d.r. Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio, Nuova Ferrara e Tirreno) c’è un esubero di direttori e non c’è posto per tutti. Oppongo i dati delle vendite, positivi e in aumento (+ 3,7 per cento), i buoni risultati sul web, l’intesa con la redazione e il rapporto con la città. Nulla da ridire sul tuo impegno, mi rispondono. E’ una decisone editoriale (ovvero di Maurizio Molinari). Alla sera esco definitivamente con alcune valigie dalla sede della Gazzetta, a mezzanotte mi disattivano la mail aziendale. Neanche il tempo per rispondere ai tanti che mi hanno scritto esterrefatti. In un incontro di 15 minuti sono andati al macero 33 anni di lavoro”.

Così è stato licenziato Paolo Boldrini, mantovano di nascita e di professione, già direttore della Nuova Ferrara, poi da quasi otto anni direttore del giornale della sua città. Una decisione che viene da lontano, successiva al passaggio di proprietà dal gruppo Espresso di Carlo De Benedetti alla Gedi degli Agnelli – Elkann e alla cessione da parte di questi ultimi di alcune testate locali. Stessa sorte era toccata in precedenza al vice-direttore del Piccolo di Trieste Alberto Bollis e al direttore della Provincia Pavese Sandro Moser.

Quando hai cominciato a capire che qualcosa di grave stava avvenendo?

– Il metodo di lavoro e di confronto cambiò immediatamente. Prima il direttore editoriale sentiva telefonicamente i direttori dei quotidiani anche due volte alla settimana. Io in un anno non ho sentito una sola volta Massimo Giannini, direttore editoriale dei quotidiani locali.

I quotidiani locali valutati come un peso da cui liberarsi?

– Appena entrammo nell’orbita Gedi capii che alla base di alcune scelte c’era una scarsa conoscenza del ruolo e della penetrazione dell’informazione locale. Sentii ragionamenti che mi fecero raggelare il sangue. Il presidente della nuova società, proveniente dalla Fiat, disse che in fondo non c’era differenza tra una Gazzetta e una redazione staccata della Stampa. Cominciai subito a far presente ciò che non andava, ad esempio una scelta editoriale controproducente sugli inserti obbligatori, una decisione presa senza mai consultare i direttori. A Mantova è stato un bagno di sangue: tutti i giovedì a fine mese usciamo con l’inserto a 50 centesimi in più e la gente si è arrabbiata. La nostra segretaria è andata a casa con le lacrime agli occhi dagli insulti telefonici che ha ricevuto. Una volta nel corso di una riunione feci presente la situazione dati alla mano: quando usciamo con l’inserto obbligatorio perdiamo oltre il 15 per cento di vendite. Nello stesso giorno il quotidiano concorrente, la Voce di Mantova,  vende molto più della media senza muovere foglia. Il rapporto tra i mantovani e il loro giornale è quasi morboso e noi stavamo perdendo la loro fiducia. Feci presente anche il problema delle pagine sinergiche, quelle fatte a Torino con un copia e incolla dalla Stampa: tante interviste, poche notizie. Abbiamo preso buchi incredibili: la cronaca è quasi sparita dal giornale, non si racconta più quello che succede in Italia e nel mondo. Non sono riuscito a stare zitto. I colleghi mi dicevano: guarda che siamo attaccati con lo sputo e non vedono l’ora di trovare un appiglio per mandarci via. Noi dell’ex Gruppo Espresso non ci possono vedere.

L’altra questione critica è stata la chiusura del centro stampa che ha sede proprio a Mantova.

– La Gazzetta viene stampata a Mantova da 350 anni. Hanno deciso la chiusura dello stabilimento senza neanche avvisarci, io l’ho saputo da una  telefonata di un nostro poligrafico in lacrime. Il centro ha un livello tecnologico di assoluta avanguardia, il giornale è rinato dopo il fascismo grazie ai tipografi che hanno fondato una cooperativa insieme ai giornalisti. Ma non è più conveniente e a febbraio si chiude. Io sono il direttore del giornale che si stampa lì e nessuno mi dice niente? Ho telefonato più volte a Torino ma nessuno si è fatto trovare e nessuno mi ha dato risposte se non una: L’azienda in proposito non ha nulla da dire. Ho ovviamente pubblicato la notizia della chiusura del centro stampa con 23 poligrafici da ricollocare come da fonte sindacale: credo che questa notizia non sia stata gradita.

Paolo Boldrini a sette anni dalla pensione si trova senza lavoro e con tanto tempo libero a disposizione. In una trentennale carriera è stato promosso cinque volte da quattro direttori diversi, dieci premi di produzione in bacheca. Nelle vesti di direttore del comitato scientifico aveva curato gratuitamente la mostra sui 350 anni della Gazzetta di Mantova. Nel 2020 l’azienda  chiese a lui e ai suoi colleghi una riduzione del 15 per cento in busta paga, per uno stipendio complessivamente più basso di quindici anni fa. Nel saluto rivolto ai lettori scrive:

Si può amare un giornale? La risposta è sì  e la Gazzetta di Mantova è stata la mia compagna di vita per 30 anni … Non sono mai andato a dormire senza controllare la prima pagina… Presto, come spero, la città dedicherà una piazza al nostro quotidiano, unico caso in Italia dopo Palermo con L’Ora. Il giusto riconoscimento per una storia editoriale straordinaria.

Alla direzione della Gazzetta gli subentra Enrico Grazioli, che torna a Mantova da direttore dopo le esperienze a con la Gazzetta di Modena e il Piccolo di Trieste.

*Articolo21 Emilia Romagna


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