Il primo romanzo di Margaret Atwood

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Recentemente è tornato di  nuovo disponibile nelle librerie “La donna da mangiare, Ponte alle Grazie 2020”,  che è considerato il primo romanzo di Margaret Atwood, la scrittrice canadese, più volte candidata al premio Nobel, che in Italia ha raggiunto la notorietà  soprattutto in seguito alla serie televisiva “Il racconto dell’ancella”, tratto dal suo romanzo del 1985 “The Handmaid’s Tale”.

“La donna da mangiare”, come racconta l’autrice, è stato concepito da una ventitreenne e scritto da una ventiquattrenne nell’estate del 1965 ed è stato pubblicato  quattro anni dopo. E’ quindi nella realtà canadese della fine degli anni Sessanta che si colloca la vicenda narrata, in un ambiente e in una società in trasformazione.

“Il venerdì mi sono alzata, stavo bene”, da questo assunto parte il percorso di formazione e di trasformazione, potremo dire, della protagonista, Marian MacAlpin, una giovane donna, fresca di laurea che ha trovato lavoro in una società di indagini di mercato. La narrazione, che nella prima e nella terza parte del romanzo è in prima persona e nella seconda in terza, fluisce  con tono di graffiante e sottile sarcasmo e ricorre a un uso efficace di metafore e similitudini originali per descrivere  anche aspetti banali ma rivelatori del quotidiano, immettendoti nel contesto di un lavoro e di rapporti di lavoro squallidi e privi di prospettive per la protagonista, nell’ambiente di una città in trasformazione, con vecchi quartieri in decadenza che vengono inghiottiti da un’edilizia rapace, arruffona e a volte pretenziosa. Una città piuttosto bigotta, con un forte controllo sociale come dimostrano la figura della affittuaria di Marian, delle colleghe e della signora Bogue, la caporeparto, la quale “considera la gravidanza un atto sleale verso l’azienda”. In questo contesto per la giovane laureata le prospettive future sono piuttosto incerte perché una cosa è chiara nella sua azienda: è composta di tre strati. Sopra ci sono i dirigenti e sono tutti maschi, in mezzo il reparto di Marian che si occupa delle ricerche di mercato nel rapporto con le intervistatrici e sono tutte donne tranne il fattorino, sotto c’è il reparto degli operai alle macchine, calcolatori IBM che classificano e tabulano dati. In questa scala Marian non può scendere, sarebbe un regredire, ma è consapevole anche che non potrà sfondare il soffitto di cristallo che ha sulla testa.

Ci sono altre due figure significative di donne, entrambe giovani laureate. Ainsley, la sua compagna di appartamento, che, a differenza di Marian, ha un lavoro che ritiene provvisorio ed è determinata a trovare il lavoro che desidera. Convinta che la maternità sia fondamentale per realizzare la propria “femminilità nel profondo” decide di avere un bambino senza sposarsi, ma la sua solitaria rivoluzione sociale non avverrà senza forti contraddizioni e comunque approderà in qualche modo a un matrimonio. L’altra amica di Marian è Clara, anch’essa laureata, galleggia sopraffatta dalla sua terza gravidanza: “Non bevetevi quello che dicono sull’istinto materno … Non vedo come si possano amare i propri figli finché non diventano esseri umani”, confessa, riferendosi ai suoi neonati, alle amiche in visita. Joe, il marito, docente universitario che lodevolmente si occupa delle faccende domestiche e dei figli piccoli, confida però a Marian una sua visione in parte lucida, ma senza via d’uscita per le donne laureate: “Credo sia più difficile per una … che ha preso una laurea. Una così si fa l’idea di avere un cervello … poi si sposa e il suo nucleo viene invaso … lei accetta che il suo nucleo venga invaso dal marito. E quando arrivano i figli, un bel mattino lei si sveglia e scopre che dentro non le rimane niente, che è vuota, che non sa più chi è; il suo nucleo è andato distrutto”.

Marian è fidanzata con Peter,un giovane avvocato con un promettente futuro e, quando le propone il matrimonio, a Marian appare una prospettiva inevitabile per il suo futuro. Peter è un uomo piacente, impeccabile nei suoi completi perfetti in ogni circostanza, prevedibile e convenzionale. Marian arriva a sospettare che, una volta deciso di sposarsi, abbia acquistato, insieme ai manuali per le sue macchine fotografiche anche un manuale per il matrimonio. C’è una terza figura maschile, Duncan, un giovane ricercatore universitario che Marian incontra casualmente. Avviluppato in un narcisismo infantile ed egoista crea con la protagonista un rapporto apparentemente non convenzionale e senza prospettive. Marian avvia i preparativi per il matrimonio, ma non ha fatto i conti con il proprio corpo. Un aperitivo a un bar col fidanzato e un vecchio amico, la festa di Natale in ufficio in cui si annuncia il suo matrimonio e il conseguente abbandono del lavoro, la spesa al supermercato, la seduta dal parrucchiere.

Ci sono momenti rivelatori in cui la realtà si sgrana, si scompone, strappa il velo della routine e manifesta a Marian una società consumistica, aggressiva nei rapporti sociali, distruttiva verso l’ambiente, che non lascia scelta a lei e alle altre donne, laurea o non laurea. Il suo corpo si ribella e reagisce con fughe inaspettate e un progressivo rifiuto del cibo. La vicenda si snoda con ritmo incalzante lasciandoci in sospeso fino alla fine. Il finale, benché rivelatore, resta un finale aperto, come è  caratteristica dell’autrice. Si dice spesso che i primi libri  di Margaret Atwood contengano già i principali temi che l’autrice svilupperà nella ampia produzione successiva: le donne, la società, l’ambiente. E’ interessante quindi rintracciare tali filoni in questo romanzo, come pure nel suo secondo romanzo, Surfacing (Tornare a galla) del 1972, più incentrato sul tema ambientale.

L’autrice, come già accennato, ha raggiunto grande notorietà attraverso romanzi distopici come “Il racconto dell’ancella” (1985) e il suo seguito “I testamenti”(2019) con i quali si propone di indagare la società attuale attraverso un genere letterario che lei chiama non fantascienza, ma narrativa speculativa, intendendo con questa definizione non libri che discendono dai lavori di Wells, che trattano di “cose che non potrebbero mai accadere”, ma libri discendenti da Verne, che trattano “cose che potrebbero realmente accadere ma non erano completamente accadute quando gli autori scrivevano”.

In una postfazione a “La donna da mangiare” del 1979  Atwood  spiega di considerare il romanzo più proto femminista che femminista aggiungendo: “… il movimento non esisteva ancora, quando lo scrivevo nel 1965, e io non ho il dono della chiaroveggenza, benché in segreto avessi letto, come tante a quei tempi, Betty Friedan e Simone de Beauvoir.” Per poi proseguire: “Sarebbe un errore supporre che tutto sia cambiato. In realtà, il tono del libro è più attuale adesso di quanto potesse apparire nel 1971, mettiamo, quando si credeva che la società potesse modificarsi molto più velocemente di quando sembri plausibile ora”.

Si potrà obiettare che molto tempo è passato dal 1979, quando l’autrice scriveva queste parole e molti cambiamenti sono avvenuti nella condizione delle donne grazie alla loro “ imprevista” presa di parola. In questi anni le donne hanno imparato che nella loro lunga lotta per la libertà non si può dare nulla per scontato e che lungo l’accidentato percorso si producono contraccolpi insidiosi. Per molte inoltre non si tratta solo di raggiungere l’obiettivo di qualche permesso di accesso alle carriere un tempo precluse per legge o per prassi. Certamente le cose sono più complesse e anche adesso è necessario parlarne se due donne rilevanti nella letteratura come Dacia Maraini e nel giornalismo come Chiara Valentini hanno sentito il bisogno di dare alle stampe un libro come “Il coraggio delle donne”, Il Mulino 2020 in cui cercano di fare il punto sulla condizione attuale delle donne e dei movimenti femminili in un dialogo che prende l’avvio dalle affermazioni del pamphlet, uscito anche in Italia, del filosofo francese Marcel Gauchet “La fine del dominio maschile” (2019).

Il libro di Maraini e Valentini ha un tono divulgativo che, a mio avviso, lo rende utile particolarmente alle giovani e a coloro, uomini e donne, che non hanno riflettuto sui lunghi e tortuosi percorsi per la libertà delle donne. Così come, se ci si vuole rivolgere alla narrativa, in “La donna da mangiare” si possono rintracciare  i sottili meccanismi materiali e simbolici con cui una società non lontana e non molto dissimile dalla nostra stendeva il suo controllo sulle donne.

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