Lidia Menapace. Scompare una voce libera

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«Dobbiamo uscire da questo virus e far ripartire la politica», ricordava lo scorso 25 aprile la partigiana e intellettuale novantaseienne Menapace, già fondatrice de il Manifesto, attivista per la pace e per lungo tempo collaboratrice della rivista Confronti

«Cos’ho imparato dalla Resistenza? A convivere con la paura e a superarla», così affermava dalla sua casa di Bolzano lo scorso 25 Aprile (interpellata dal quotidiano la Repubblica) Lidia Menapace, partigiana nata a Novara nel 1924, femminista, ex senatrice di Rifondazione comunista (ultimamente vicina alle lotte di Potere al popolo) e scomparsa oggi, aveva novantasei anni.

«Dobbiamo uscire da questo virus e far ripartire la politica», diceva alla giornalista Giovanna Casadio.

Difficile riassumere il pensiero, il lavoro teorico e le pratiche suggerite e regalate per oltre sessant’anni da un’attivista femminista qual è stata Lidia (Brisca) Menapace. «Una anticipatrice: questa forse la caratteristica più nitida ed esclusiva del suo lavoro» – scrivono sull’Enciclopedia delle donne Monica Lanfranco e Rosanna Pesenti -.

La prima a mettere l’accento sull’importanza del linguaggio sessuato, come strumento fondamentale contro il sessismo:

«[…]Poiché ho ribattuto – sosteneva Menapace – che possiamo cominciare a sessuare il linguaggio nei miliardi di volte in cui si può fare senza nemmeno modificare la lingua, e poi ci occuperemo dei casi difficili, ecco subito di nuovo a chiedermi perché mai mi sarei accontentata di così poco. Se è tanto poco, dicevo, perché non si fa?

Non si fa perché il nome è potere, esistenza, possibilità di diventare memorabili, degne di memoria, degne di entrare nella storia in quanto donne, non come vivibilità, trasmettitrici della vita ad altri a prezzo della oscurità sulla propria. Questo è, infatti, il potere simbolico del nome, dell’esercizio della parola. Trasmettere oggi nella nostra società è narrarsi, dirsi, obbligare a essere dette con il proprio nome di genere (dalla prefazione a Parole per giovani donne, 1993)».

«Menapace – proseguono Lanfranco e Pesenti – ci ha regalato la definizione più suggestiva del Movimento delle donne, osservando che è carsico come un fiume che talvolta sprofonda nelle viscere della terra per riapparire in luoghi e tempi imprevisti con rinnovata potenza».

Suo lo slogan “Fuori la guerra dalla storia”.

Negli anni dirompenti del Movimento femminista ha suggerito il riconoscimento come fondamento della relazione politica tra donne, ricordando che “Il processo della conoscenza-riconoscimento-riconoscenza non è né meccanico, né facile: richiede volontà, efficacia e anche strumenti, persino istituzioni ad hoc” e successivamente ha proposto la Convenzione, cioè un patto paritario per comuni convenienze, come forma politica per la costruzione di pratiche e azioni condivise, efficace senza essere mortificante per la molteplice soggettività propria dell’essere donna e del Movimento stesso».

Nell’Unione donne italiane (Udi), ha guidato la stagione politicamente più creativa contribuendo all’uscita dell’associazione dallo stallo generato dall’XI Congresso, «Attraverso l’innovazione delle forme politiche nelle responsabilità condivise, proponendo un Patto tra pensieri politici teoricamente incomponibili e promuovendo la formazione del gruppo nazionale, domiciliato al Buon Pastore occupato, allora cuore storico del femminismo, che prendeva il nome da quella Scienza della vita quotidiana, frutto dell’elaborazione politica raccolta per la prima volta nel libro Economia politica della differenza sessuale».

Tra i libri di Lidia Menapace ricordiamo Io partigiana. La mia resistenza uscito per Manni editore.

Un volume nel quale Menapace, ripercorre la sua vita come staffetta partigiana e racconta la sua esperienza nella Resistenza, «attraverso i grandi eventi storici e gli episodi di eroismo personale e collettivo. La tessera del pane e i bombardamenti, la solidarietà tra famiglie e le fughe in bicicletta, la distribuzione dei giornali clandestini e la paura dei posti di blocco dei nazifascisti, la consegna dei messaggi in codice imparati a memoria, l’aiuto prestato a un giovane ebreo nella fuga in Svizzera, i libri sui sindacati letti di nascosto, lo studio al lume di candela durante il coprifuoco… E poi, la presa di coscienza graduale del valore politico della Resistenza, che ha posto le fondamenta teoriche e pratiche del progetto di una società solidale e partecipata il quale, se trovò un seguito forte nella Costituzione, fu poi tradito nella storia reale dell’Italia. Ma, come le scriveva in un bigliettino il generale Alexander, comandante delle forze alleate, “Lidia resiste”»; e ha continuato sino a oggi a combattere.

Lidia Menapace, cattolica, è stata per lungo tempo (soprattutto idealmente) collaboratrice (intervenendo sui temi della pace e della nonviolenza) del settimanale ecumenico Com Nuovi Tempi (diventato nel 1989 mensile di fede politica e vita quotidiana Confronti).

Sul tema della nonviolenza è noto il libro: Nonviolenza. Le ragioni del pacifismo scritto insieme a Fausto Bertinotti e Marco Revelli.

Certamente il libro che più le era più caro, la sua autobiografia: Canta il merlo sul frumento. Il romanzo della mia vita (sempre per Manni editore) nel quale Menapace ha raccontato la sua lunga vita che ha attraversato il fascismo, la prima e la seconda Repubblica, le stagioni delle lotte operaie e i movimenti studenteschi, il femminismo, le mobilitazioni pacifiste e per l’ambiente.

«È un romanzo di formazione: è la vicenda di una ragazza che cresce nel ventennio fascista, in una famiglia progressista e laica, e che per spontanea necessità interiore diviene antifascista e partigiana; e per tutta la vita proietterà i suoi modelli etici nell’impegno pubblico culturale e sociale», ricordava Menapace.

Menapace è stata molto attiva nei movimenti cattolici progressisti: dirigente della Democrazia Cristiana (prima donna assessora alla Provincia di Bolzano), ha vissuto la diaspora della sinistra Dc; docente all’Università Cattolica di Milano, fu allontanata per la sua dichiarazione di marxismo; ha partecipato alla nascita del quotidiano il manifesto dove vi ha collaborato a lungo; quando fu eletta senatrice con Rifondazione Comunista (e indicata come presidente Commissione Difesa, l’incarico non le fu concesso per le sue posizioni pacifiste); dal 2011 era entrata a far parte del Comitato nazionale dell’Anpi.

«La Resistenza non fu un fenomeno militare, come erroneamente qualcuno crede. Fu un movimento politico, democratico e civile straordinario. Una presa di coscienza politica che riguardò anche le donne». Lidia Menapace

Per conoscere il pensiero, la vita e le opere di Lidia Menapace, vi consigliamo la visione di questo video.