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Il filo rosso che unisce l’agromafia al caporalato emerge in un processo e nei nuovi arresti al sud

 

Comincia ad emergere con sempre maggiore chiarezza il fenomeno dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e il filo rosso che lega il caporalato alla criminalità organizzata. Gli ultimi arresti sono di due giorni fa e riguardano due imprenditori di Mondragone, in provincia di Caserta, cui sono stati sequestrati anche immobili, terreni e capannoni a Fondi in provincia di Latina.
Il 16 giugno 2020 il senatore Sandro Ruotolo in un’interrogazione al Ministro dell’Interno chiedeva cosa si stesse facendo per “assicurare una bonifica radicale della filiera agroalimentare da ogni condizionamento mafioso, perché si assicuri legalità e trasparenza” in relazione alla rinuncia dell’amministratore giudiziario di una società sequestrata e che operava presso il Mof di Fondi. Martedì otto settembre 2020 quello stesso amministratore, Massimo Elesio Giordano, ha testimoniato in Tribunale a Latina nel processo a carico di Giuseppe D’Alterio detto Peppe o ‘marocchino, accusato dalla dda di Roma di aver condizionato anche dal carcere, fino a tutto il 2019, i contratti per il trasporto di ortofrutta dal Mof per le maggiori tratte italiane. In un palazzo di giustizia pressoché deserto e dentro un curioso silenzio mediatico, l’ormai ex amministratore giudiziario ha ricostruito il clima di paura e timore che ha trovato a Fondi dopo la sua nomina alla guida de La Suprema srl, la società sequestrata a D’Alterio, appunto, nel 2018, una srl che possedeva 16 tir del valore di 150mila euro ciascuno e che riforniva le piattaforme all’ingrosso di Emilia Romagna, Veneto, Lombardia; ha ribadito che dopo un anno nessun camion si spostava più dal piazzale perché non c’era nessuno sulla piazza di Fondi disposto a fare la sub vezione né a fornire carichi e che l’unico vettore che si era reso disponibile, ossia la ditta Marzocchi, ha rinunciato. Non è stata un’udienza semplice: in aula c’era anche l’imputato, Peppe o’marocchino, quel giorno ancora al regime dei domiciliari. Solo Giordano ha confermato le accuse e l’atmosfera intimidatoria. Tutti gli altri testi, operatori del posto, hanno largamente ridimensionato la ricostruzione fatta dalla Procura distrettuale e che è alla base del processo in corso, ossia la tesi per cui D’Alterio e suoi collaboratori avessero il potere di condizionare le attività del trasporto di ortofrutta in ragione dell’allure criminale del nome di D’Alterio e in quanto considerato il gancio del clan dei casalesi nel sud pontino. In quella stessa udienza il Tribunale ha accolto la richiesta della difesa di Giuseppe D’Alterio applicando la misura più lieve dell’obbligo di firma, in considerazione del tempo trascorso in restrizione della libertà. Dunque l’autotrasportatore che più fa paura alla concorrenza adesso è, nei fatti,  libero. L’ultimo arresto di D’Alterio (di una lunga serie che dura da ventisette anni) risale a febbraio 2020 ed è in quella misura cautelare che è contenuta la triste vicenda della rinuncia dell’amministratore giudiziario che segna, forse, il punto più basso del rapporto tra lo Stato e la criminalità organizzata infiltrata nell’economia. A proposito della “bonifica” chiesta nell’interrogazione parlamentare di giugno va ricordato il valore del pezzo di filiera agroalimentare che muove dal Mof di Fondi: oltre 1,1 miliardi di chili di ortaggi e frutta provenienti da oltre 4.000 imprese agricole, per un fabbisogno annuale negli approvvigionamenti alimentari di oltre 4 milioni di italiani; a ciò si aggiunge il contributo che il Mof dà alle esportazioni agricole della provincia di Latina che, da sole, alimentano un terzo dell’approvvigionamento della Germania, primo”consumatore” assoluto dei prodotti alimentari pontini. Il processo riprende il 2 ottobre.

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