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Caso Orlandi: ecco perché fu una “scomparsa” e non un “rapimento”.  Dallo studio dell’italiano il primo passo per risolvere il mistero

 

Nomina sunt consequentia rerum. Dalla “Vita Nova” di Dante al caso di Emanuela Orlandi il passo è più breve di quanto lascino immaginare sette secoli di storia. Perché i nomi sono sempre la conseguenza delle cose. Indipendentemente dalle epoche. Questo vale anche per l’enigma della giovane cittadina vaticana, sul quale la valanga di ombre e fumosità si è generata “anche” e “soprattutto” per averlo definito con termini impropri, buoni soltanto per colorarlo diversamente dall’originale.

Il principale è “rapimento”, utilizzato da due settimane dopo la sparizione della ragazza fino ai giorni nostri. Un errore. Perché i fatti, a cominciare dall’analisi del contesto dove si persero le sue tracce, non offrono alcun riscontro a quel termine, che il vocabolario Treccani riconduce all’azione del “rapire” cioè del “portare via con la forza, strappare con la violenza”. In pratica agire contro la volontà della vittima che, al materializzarsi improvviso della situazione di pericolo, oppone resistenza, ribellandosi e gridando aiuto. Come fecero due ragazze di allora: Giovanna Amati, diciottenne figlia dell’industriale cinematografico Giovanni, sequestrata sotto casa, a via dei Villini, intorno alle 20 del 12 febbraio 1979; e Mirta Corsetti, tredicenne figlia di Alfredo, re della ristorazione, rapita all’esterno di uno dei locali di famiglia, vicino Torvaianica, alle 23:55 del 17 luglio 1981. Due azioni avvenute di notte e in luoghi tranquilli, ma comunque alla presenza di testimoni in grado di fornire indicazioni agli inquirenti. Due azioni seguite dalle immediate rivendicazioni dei rispettivi autori, che provarono la detenzione delle giovani promettendone la liberazione dietro il pagamento di un riscatto. Un modus operandi coerente con l’atto del sequestro in sé, che si ha quando il suo esecutore dimostra la disponibilità dell’ostaggio e ne detta le condizioni per il rilascio.

Per Emanuela Orlandi invece non accadde niente di tutto questo. Intanto di lei si persero le tracce dopo le 19 del 22 giugno 1983 su corso Rinascimento. Cioè alla luce del giorno e nel pieno centro storico di Roma. Una zona trafficata da persone (turisti, cittadini e politici, complice la presenza del Senato della Repubblica) e veicoli ventiquattr’ore su ventiquattro. Quella sera ci fu anche un sovraffollamento a causa di un concerto a piazza Navona. Impensabile quindi rapire una persona in un luogo simile. Perché questa inizierebbe a urlare, richiamando l’attenzione della miriade di passanti. Invece per la giovane cittadina vaticana nessuno vide o sentì alcunché di anomalo. Le ultime testimonianze certe e note alla famiglia fin dalla sera della scomparsa (come denunciò la sorella Natalina Orlandi il 23 giugno 1983 all’Ispettorato Generale di P.S. del Vaticano) raccontano di lei alla fermata dell’autobus, in direzione corso Vittorio Emanuele, in compagnia di “altra coetanea della quale non si conosce il nome”. Era un’altra studentessa della scuola di musica, mai identificata, con la quale, secondo un’altra testimonianza pubblicata qui in esclusiva tre anni fa, sarebbe addirittura arrivata alla fine di corso Rinascimento. Dove ognuna sarebbe andata per suo conto.

Passo successivo. La rivendicazione. Nei giorni seguenti la scomparsa di Emanuela Orlandi tutto tacque. Addirittura le prime telefonate, a opera dei sempre oscuri “Pierluigi” e “Mario” (25-26 e 28 giugno 1983), parlarono di allontanamento volontario, per altro infondato. Quando si levò in cielo la bolla di sapone del “ricatto al Vaticano”, lei rapita per ottenere la liberazione di Alì Agca (5 luglio 1983, telefonata dell’“Amerikano” alla sala stampa vaticana preceduta due giorni prima dal primo appello del Papa all’Angelus), cominciarono ad alternarsi sulla scena telefonate e scritti, quando anonimi e quando con nomi di fantasia, di soggetti incapaci però di dimostrare che la quindicenne flautista era nelle loro mani. E allora: qual è l’organizzazione criminale che mira al ricatto del Papa e del Vaticano, ma non fornisce le prove accreditanti il suo gesto agli occhi del mondo? La risposta è semplice: un’organizzazione che non esiste.

Analizzata l’insussistenza del “rapimento”, per iniziare a risolvere il dramma della studentessa vaticana più tragicamente nota, occorre definirlo correttamente e quindi parlare di “scomparsa”. Che sempre per il vocabolario Treccani significa non esserci più, essere irreperibile, introvabile. Ora, se il “rapimento” contempla la “scomparsa” perché una persona sequestrata risulta introvabile, è tutt’altro che vero il contrario. E non certo per intenzionalità di chi è sparito, perché in quel caso si dovrebbe parlare di “allontanamento volontario”. Quanto perché si può scomparire dopo aver seguito, in maniera del tutto naturale – per esempio, sulla sua macchina, sul suo motorino o nella sua abitazione – e senza destare alcuna attenzione, una persona che conosciamo e della quale ci fidiamo, salvo rimanerne purtroppo vittima in un secondo momento.

Per cui se Emanuela Orlandi, descritta dalla famiglia come diffidente verso gli estranei e quindi incapace ad accettare un loro eventuale passaggio, fu vista per l’ultima volta in una zona affollata come corso Rinascimento, dove però nessuno ravvisò un’azione violenta nei suoi confronti, perché non approfondire se quella sera, a quella fermata dell’autobus, o sul lato opposto – che era corsia preferenziale cioè adibita al transito esclusivo di autobus, taxi e auto con targa CD (Corpo Diplomatico) o CC (Corpo Consolare) – oppure alla fine del corso stesso, non andò via con qualcuno che conosceva?

Qualcuno sulle cui buone (teoriche) intenzioni lei mai avrebbe dubitato. Qualcuno che, grazie a “qualcosa” di particolarmente allettante, era riuscito a scalzare dalla sua mente l’interesse primario di raggiungere all’uscita dalla scuola di musica gli amici che l’aspettavano al “Palazzaccio” (sulla destra rispetto all’edificio) cioè dalla parte opposta rispetto a dove si era diretta (corso Rinascimento). Qualcuno che non si può non riuscire a identificare dopo quasi quarant’anni, perché basterebbe scandagliare a fondo i suoi universi sociali. A cominciare da quello più prossimo: il Vaticano. Come è altrettanto impensabile non aver ancora individuato la ragazza rimasta con lei fino all’ultimo, nonostante ci fosse riuscita la direttrice della scuola di musica. Ma anche per questi due “introvabili” i nomi sono la conseguenza delle cose. E se non si cercano a dovere, non li conosceremo mai. In saecula seculorum.

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