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Fra Hitchcock e Sirk, un thriller sul sentimento della maternità. ‘Duelles’ di Olivier Masset-Depasse

 

E’ molto più sottile di quanto si pensi il confine fra il concetto di morte e quello di vita. Continuiamo a camminare tenendoci per mano sul lastricato del giardino, eppure non siamo che ombre allungate dai lampioni, appartenenti a dimensioni diverse. Ci sentiamo a vicenda, più di prima forse, però non potremo mai più toccarci davvero. Rimane l’impronta nel cuore, molto simile a quella di un corpo sulla sabbia bagnata. Un’orma vuota da riempire, a qualunque costo.

Duelles, scritto e diretto da Olivier Masset-Depasse, vincitore di 9 premi Magritte in Belgio, inizia come un sontuoso omaggio al cinema di Hitchcock. La mdp sosta su dettagli dell’abbigliamento (scarpe, borsette, cartelle, giocattoli) e delle acconciature, insinuando in ciascuno un senso riposto e privilegiando riprese di spalle che ruotano intorno ai protagonisti o sostano immobili sulle due villette gemelle che saranno il palcoscenico o il ring degli avvenimenti. Tutto appare doppio – le case, fin troppo simili fra loro, le due coppie agiate che le abitano, i giardini ornati di rose rampicanti, i due bambini Theo e Maxime -, ogni elemento è nello stesso tempo simmetrico e contrapposto: i cromatismi azzurri e verdi dell’arredamento riflessi negli abiti di lino delle due mogli-madri-amiche-vicine di casa Alice e Céline, il gesto ripetuto di aprire e chiudere le tende, attraverso le quali traluce un presagio d’estate. Anche le prospettive verticali dal basso o dall’alto che mettono in comunicazione le finestre con l’ambiente naturale circostante, e le dimensioni alterate e oniche che assumono le scale interne, fanno pensare a PsychoVertigo North by Northwest.

Però il regista oltrepassa ogni cifra stilistica riconoscibile, persino le stanze che diventano universi combinatori senza uscita alla Lynch, e anche l’accurata ricostruzione delle atmosfere anni ’60 che cita i mélo claustrofobici di Sirk (un decennio non fa molta differenza): l’iperrealismo edificante dei tostapane, delle colazioni di famiglia, delle casalinghe già perfettamente truccate e pettinate di prima mattina, munite di elegante e stiratissimo grembiule da cucina. Masset-Depasse conduce progressivamente la storia dentro l’inferno eterno della paranoia e delle sue conseguenze.

Maxime, il figlio di Céline, muore cadendo dalla finestra mentre cerca di raggiungere il gatto fuggito sul tetto. Alice vede la scena dal giardino, ma è imprigionata fra gli arbusti della siepe che divide le due ville e non riesce a raggiungere in tempo il piccolo. Da questo incidente prende avvio ciò che sembra un thriller ed è invece una meditazione anticonformista sul sentimento estremo della maternità, sulla vendetta e sulla menzogna, sulla labilità delle convenzioni sociali e sulla nociva inutilità del genere maschile. Il delirio scomposto e impaurito di Alice e quello metodico e minuzioso di Céline (lascia attoniti l’interpretazione di Anne Coesens) si scontreranno fino a generare un finale inaspettato, dentro il quale i delitti trovano un riscatto nella libertà a due di una donna e di un bambino, non necessariamente madre e figlio.

 

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