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“Cento docce fatte male”, il promettente romanzo di esordio di Laura Manfredi

 

Uscito il 4 giugno scorso con Morellini Editore, nella collana Varianti, “Cento docce fatte male”, romanzo di esordio di Laura Manfredi (320pp, 15,90 Euro) è un piccolo gioiello, capace di mescolare con sapienza temi scottanti e intergenerazionali attraverso un racconto ironico e rocambolesco, divertente e al contempo commovente.

Pietro Boccamara ha quasi 90 anni; da oltre otto anni trascorre le sue giornate – tutte uguali –  in attesa della fine, nella residenza per anziani “Anni Celesti”, nel pavese. E’ un muto selettivo, verosimilmente a seguito di un trauma che tuttavia nessuno conosce; da decenni non spiccica parola, guarda gli altri con sospetto, soverchiato dall’odio e dal rancore. La sua routine viene interrotta d’improvviso dall’arrivo, nella pensione, di Mario Incantalupi, il “Maestro”, un noto scrittore divenuto cieco di recente. Boccamara fa di tutto per tenersi a distanza da quel ‘nuovo amico’, ma quel “ciccione con i pantaloni a pois e la coda di cavallo” sembra essere in grado di carpire i suoi stessi pensieri. In un continuo gioco di attrazione e repulsione i due, tanto diversi nell’aspetto e nel carattere – allampanato e chiuso in sé stesso il Boccamara, grasso, ciarliero e pieno di vita l’Incantalupi – non riescono in fondo a fare a meno l’uno dell’altro. Tanto che il Maestro suggerirà al primo una fuga, alla volta della Germania. “Secondo lei, è meglio farsi una doccia di merda, fatta male, in questi lugubri cessi azzurrini, con il loro getto timido e tiepido, tutti i santi giorni, con una saponetta di merda, oppure è meglio lerciarsi come maiali per una settimana e poi chiudersi in una benedetta spa o che so io e farsi grattar via lo sporco a suon di massaggi con oli profumati e lozioni miracolose? Ecco, si chieda questo. Se per lei la risposta resta: “Meglio cento docce fatte male che una giornata in una spa dopo qualche giorno di sporcizia”, rimanga pure sulla sua poltrona. Di certo non la porterò via di peso, stia sicuro”.

E’ così che inizierà la loro avventura alla volta di Wacken, in occasione del più grande raduno metal. Partiti in autostop nel cuore di una calda notte d’estate, ai due si unirà Simone Biagini, insegnante toscano di liceo fuggito dalla sua Prato dopo aver scoperto l’infedeltà di sua moglie, e quindi due adolescenti hikikomori, anch’essi diretti oltreconfine. La loro fuga sarà l’occasione per Boccamara di aprirsi, dando finalmente voce – dopo quasi 70 anni di silenzio – al dolore e ai fantasmi del passato che tanto a lungo lo hanno tormentato.

Attraverso il viaggio dall’Italia alla Germania – che rappresenta in fondo, e per tutti, la riscoperta della vita, anche quando tutto sembrava ormai al capolinea – l’autrice ci conduce con continui flashback, avanti e indietro nel tempo. Boccamara e Incantalupi sono entrambi in fuga da se stessi, da una vita intera, anche se ciascuno lo ha fatto in modo diverso: chiudendosi al mondo il primo, rimasto solo e confinato nella sua terra “tra vanga e sudore”, fuggendo di Paese in Paese il secondo e nascondendosi tra i suoi romanzi e i tanti premi ricevuti “Aveva iniziato ad andare in televisione, intervistato da uomini e donne noiosi ed egocentrici, a essere fotografato per le copertine dei giornali, e lui quasi ci credeva, a quel carnevale fatto di baracconi colorati, quasi ci cascava, ché è un attimo pensare di essere un dio quando sei solo un coglione che nella vita non ha fatto altro che scappare”.

Ed è così, che attraverso questo viaggio catartico, in mezzo a metallari di ogni età, finalmente i due anziani riescono a sentirsi liberi e in pace con se stessi: “Boccamara rideva. Com’era sempre facile all’esaltazione, quel ciccione di un Babbo Natale checca. Com’era contagioso quell’uomo. “Fanculo, Incantalupi! Restiamoci ancora un po’. E sbatti quella testa, che dobbiamo mimetizzarci!”.

Ispirandosi alla vicenda dei due anziani fuggiti nel 2018 da una casa di cura, Laura Manfredi ha costruito un romanzo magistrale, con una caratterizzazione dettagliata dei due protagonisti ma anche di alcune figure secondarie che sollecitano una riflessione su vari e diversi temi scottanti della nostra contemporaneità. Il risultato è una narrazione accattivante, brillante e commovente, ma anche un grande inno alla vita. Perché, in fondo, non è mai troppo tardi.

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