La morte “a-dignitata” e la bestemmia nella lirica di Mimmo Borrelli sul Covid-19

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di Francesca Romano Lino

Raggiunto al telefono per un’intervista sul suo ultimo componimento, Covido, Mimmo Borrelli è come un mare in burrasca. È impetuosa la sua voglia di dire: a stento si riesce a contenerla, incanalandola verso domande specifiche. «Il teatro è corpo e, se non c’è contatto, non è teatro» irrompe e poi dice della necessità del teatro di fermarsi e di fare silenzio per rispetto ai funerali, che ancora non si sono potuti celebrare. Ma parla anche della categoria, che non può lasciata sola, perché, al di là del suo bisogno di apparire, è una delle categorie più fragili e va tutelata. Poi mi parla di un suo accurato intervento su Controscene, in cui spiega tutto per filo e per segno.

Così andiamo avanti.

L’avevo intercettata soltanto qualche giorno prima, la sua poesia a tema Coronavirus: in una registrazione su Youtube. Ascoltarla, per me era stata un’esperienza totale – come tutte le volte –, sconvolgente e unica. Del resto, mi è sempre capitato così, con quelle sue composizioni particolarissime, in cui la musicalità e il ritmo della lingua arcaica schizza e si dimena nella morsa irrispettosa di un’attoralità, che si definisce cronaca poetica – impietosa. È una sorta di impasto primordiale fatto di emozioni viscerali e, spesso, storie indicibili, in cui il poco fiato che resta basta appena per una colpevole pietà.

BESTIA/APOCALISSE → GENESI

Leggendo questo componimento la sensazione è davvero quella del terrore dell’Apocalisse: già l’incipit evoca l’immagine della bestia e tu stesso a un certo punto parli di Apocalisse al fiato. Sembrano le reazioni delle primissime ore del contagio. Tu quando hai scritto?

Tieni conto che il Coronavirus è arrivato a Napoli un po’ dopo rispetto a Milano o al resto del Nord. Quando l’ordinanza ci ha messi in quarantena, il 4 marzo, si faceva davvero fatica a capire. Avevo iniziato a scrivere i primissimi versi per me, per lasciare una testimonianza a mio figlio [Leonardo è nato il 18 febbraio scorso, ndr] e poi anche perché me lo aveva chiesto il Teatro Mercadante. Ma dopo le immagini delle sfilate dei camion dell’Esercito che, nella notte, hanno portato via le 70 bare da Bergamo, di getto ho scritto tutto il resto.

Da qui le espressioni forti come sei morto scritto o la straziante allusione al neanche il tempo di dire: “Ti voglio bene”, che ci riporta alle atroci testimonianze dei primissimi tempi del contagio?

Non si sapeva nulla di quello che realmente accadeva negli ospedali. Quando hanno iniziato a circolare le testimonianza è stata un’emozione fortissima…

 

Prima abbiamo parlato di Apocalisse; però questo tuo scritto sembra anche una genesi. All’inizio, si parla degli elementi primordiali (acqua, ossigeno), che però rivelano subito delle valenze negative (acqua in risacca, che non disseta e ossigeno farabutto). Farabutto, invece, poi ai tuoi occhi si rivela il prossimo, la gente, che, se non è coinvolta in prima persona, pare schermarsi in un acido e sbrigativo: “Non mi riguarda”, sminuendo la credibilità della scienza.

Superficialità o paura e negazionismo?

No, un’altra cosa ancora. Quasi pinterianamente finché il pericolo si sta avvicinando ma non lo vedi, non puoi finalizzarlo. Questo destabilizzante pericolo di malattia era qualcosa di evidente già ne La Cupa, perché era già arrivato il tempo di fare i conti con i nostri peccati. La vera Apocalisse deriva dalla nostra inadeguatezza di stare al mondo. Siamo solo bestie con la ragione e ce ne serviamo per prevalicare sulla natura in modo artificioso. Abbiamo perso la coscienza delle grandi catastrofi, solo perché la memoria a misura d’uomo ha una portata limitata. Ti faccio un esempio… I Campi Flegrei sono in una zona che potrebbe scoppiare da un momento all’altro – con conseguenze climatiche tali da poter provocare una nuova glaciazione -, ma nessuno se ne preoccupa. E sai perché? Perché nessuno ricorda l’ultima eruzione del Vesuvio, avvenuta solo 80 anni fa. Se una cosa non la vedi, non c’è. Non ci sono “appestati” per le strade e in pochi hanno potuto vedere direttamente quello che è successo negli ospedali. Qualche giornalista mio amico ha avuto un permesso speciale per fare “reportage di guerra” nelle terapie intensive. Costoro mi hanno raccontato cose terribili: ma la gente non le ha viste. Per questo io penso che la manipolazione dell’odio sarà la moneta di scambio del nuovo secolo. Lo vediamo già con le fake news.

 

MORTE A-DIGNITATA → SOLITUTIDINE

Da soli si combatte / da soli, qui, si muore, hai scritto. Mi ha subito fatto tornare in mente quel “Testamento”, in cui De André, già nel 1963, cantava: Amammo in 100 l’identica donna/ partimmo in 1000 per la stessa guerra… questo ricordo non vi consoli/quando si muore, si muore soli. Cosa c’è di diverso, nella solitudine di queste morti, rispetto alla solitudine, che ciascuna morte in fondo è?

Certo, la morte è sempre individuale… ma quello che sta succedendo oggi è un qualcosa di epocale. Nessuno lo ricorda, a memoria d’uomo (vivente). Nemmeno mio padre… forse mio nonno, che ha fatto la guerra, ha vissuto qualcosa di simile. Pensa alla Campagna di Russia e ai dispersi dei conflitti mondiali. Ma noi non eravamo più abituati a immaginare di non poter nemmeno accompagnare i nostri morti o di non poterne accudire i corpi.

[“Senza una terra degna / che accoglie quest’epidemia”, ndr]

che fuoco senza legna / accende di follia. È esplicito e fulminante passo di Covido]

Da soli si combatte qui sembra riferito fondamentalmente ai contagiati, ma sicuramente chi si è trovato a combattere e a morire da solo e in prima linea è stato il personale sanitario, anzitutto… Eppure sembra essere il grande assente dal tuo componimento: solo un paio di volte fai riferimento agli infermieri e in modo non proprio lusinghiero…

Il riferimento, qui, voleva essere a tutti (non solo ai malati). Comunque, sì, è vero: l’ho notato anch’io, rileggendo. E mi sono chiesto: “Perché non ne ho parlato?”. Evidentemente non ne ho sentito il bisogno… forse perché se n’è già parlato tanto e a me premeva dire altre cose, in questo scritto per mio figlio. Comunque, tieni conto che questo è ancora un testo provvisorio – io scrivo per “accumulazione”, tornando più volte sui miei lavori, che non considero mai finiti una volta e per tutte. Anche questa poesia probabilmente diventerà un monologo o forse un dialogo: sicuramente, quando ci rimetterò mano, scriverò qualcosa anche su di loro… Quando parlo di chi si erge a Dio, il mio bersaglio sono i politici, non gli infermieri: loro sono solo “strumenti”, “vittime del sistema”.

La terza faccia della solitudine, forse quella più odiosa, è in quel: Questa è una guerra nuova / fatta di egoismo. Ti coglie e ti ci trova / sporco di qualunquismo. Ne segue una pletora di esempi di comportamenti così esecrabili da farti arrivare al linguaggio scurrile e alla bestemmia, che, come da tua cifra poetica, è il tuo consueto modo per esprimere tutto il tuo disgusto e la tua condanna. Tutto questo, secondo te, è più stato indotto o svelato dalla situazione?

Nella mia esperienza, ho raccolto molte testimonianze soprattutto sulla paura di non ricevere solidarietà, di essere o sentirsi lasciati soli. È nei momenti di crisi che si rivela la vera natura dell’uomo: nella sconfitta molti sono solidali solo per convenienza. Mi pare che in certi contesti si è solidali solo per apparire. A livello del popolo, no. Qui la gente non è dominata da quella ragione, che ci rende degli “animali perversi” – se mi concedi l’immagine -: qui si è “feroci”, ma “veri”. Poi siamo tutti colpevoli: io per primo – e, questo, ci terrei che lo scrivessi.

INVISIBILE/GUERRA → TUTTI CONTRO TUTTI

Molti hanno rigettato la metafora della guerra. Alcuni la reputano irriverente. In fondo alla gran parte di noi è stato chiesto solo di starsene a casa propria con tutti i comfort – pur al netto delle difficoltà psicologiche, prima, e poi anche economiche, che questa pandemia sta comportando. Altri, sostengono che il paragone con la guerra sia un subdolo tentativo d’insinuare una paura subliminale nella popolazione, così da poterla controllare/manipolare meglio. Anche tu parli di una sorta di guerra totale, non solo perché, come scrivi, il nemico è Invisibile al tatto / non ha nessun colore, ma perché, proprio in conseguenza di questo, ci ha messi Ognuno contro l’altro, / a distanza di sicurezza. Tu cosa ne pensi: c’è “premeditazione”, in tutto questo, da parte di una qualche eminenza grigia, o… cosa?

 

Giusto: questa cosa della “mancanza di rispetto” verso chi ha davvero fatto la guerra non l’avevo considerata… Però, se ci penso, quello che la nostra situazione ha in comune con la guerra è il sentimento di non sapere: ecco perché siamo poco solidali. Mio nonno mi raccontava che durante la guerra non sapevi dove e quando sarebbero cadute le bombe. Eri in una situazione di pericolo costante e dovevi pensare a proteggere te e la tua famiglia, prima di tutto. Adesso che sono padre, lo capisco. Io sono sempre stato una persona generosa; però, ora che sono padre, devo pensare a campare mio figlio, anzitutto.

Poi è chiaro che questa in atto è una guerra geopolitica per motivi economici. Chi ci ha aiutato, a noi italiani, all’inizio? Non l’Olanda, l’Inghilterra, la Germania o la Francia, ma Russia e Cina: perché? Perché l’Italia occupa nel Mediterraneo una posizione appetibile dal punto di vista mercantile e militare… Chissà che questa contingenza non riveli anche risvolti positivi e cioè di poter avere un maggior ruolo di peso, in futuro, e che maggior importanza possa averla la cultura, che è una delle nostre eccellenze. E il teatro… Io credo che, anche grazie alle piattaforme, che stanno predisponendo, il teatro pubblico sopravvivere ma temo anche che, tranne rari casi, il piccolo verrà spazzato via. Per questo bisogna restare uniti. Auspico che, qualora si attivassero piattaforme, a cui più facilmente alcuni attori “noti” potranno accedere, una quota dei proventi venga messa a disposizione dei teatranti e dei tecnici fermati dalla pandemia.

Sempre a proposito di guerra, la tua guerra dichiarata sembra essere contro tutti – te compreso. Parli di finta solidarietà, strafottenza, egoismo, lotta generazionale, te la prendi con lo Stato, il welfare, i giornalisti… parli di Uno sporco flash- mob / per non sentirci soli…

Ma tu la vedi, una qualche possibilità di salvezza per quel figlio – il tuo, probabilmente, ma come metafora di tutte nuove generazioni, immagino -, a cui sembri consegnare il testimone?

 

Dopo i politici, la categoria, che mi fa più rabbia è quella dei giornalisti. Non ti faccio nomi, ma è indecoroso vederli agitarsi in certe trasmissioni, avallando il comunismo in modo ipocrita, in realtà solo per un loro bieco tornaconto economico.

Quanto ai figli, io credo che questi bambini nati in un momento così particolare, per certi aspetti siano anche fortunati, perché possono avere i loro genitori a casa come non sarebbe potuto essere altrimenti (senza coronavirus, ad esempio, io sarei stato in tournée…).

E però è un momento drammatico. Noi genitori abbiamo distrutto il pianeta con il nostro comportamento scriteriato. Non voglio passare per un cultore della New Age o per un Vegano perché non lo sono (io la carne la mangio, eccome!). Però è certo che noi abbiamo distrutto l’ecosistema avallando il consumismo: io, te, siamo tutti colpevoli!

Perciò ripeto sempre a mio figlio: “Combatti!”, anche se è ancora piccolo. Per mia natura e anche per la mia fisicità avrei potuto essere un picchiatore, ma non mi è mai piaciuta l’idea di prevaricare sull’altro con la violenza. Sono un “poeta cronista”: è questo il mio modo di combattere. Poi non si può salvare tutti. Io lotto per salvare Torregaveta [città natale di Borrelli, ndr]. Però le nuove generazioni dovranno lottare per un futuro diverso. A mio figlio auguro che gli sia risparmiata la fame.

 

Altra “guerra”, in questo periodo, sembra essere quella che divide i teatranti rispetto alla questione se si debba stare in silenzio o continuare a testimoniare, in qualche modo, la propria presenza/resistenza teatrale. Questi ultimi la pensano come un “conforto”, in primis, e poi come un tentativo di non scomparire del tutto dall’immaginario del pubblico.

Rispetto a questo hai scritto: Me ne starò in silenzio / fin quando non mi suona la tromba dell’incoscienza / che al torto da ragione. Quindi per te è solo la santa follia dei Masaniello o Savonarola – ma, prima ancora, degli Apostoli e di tutti testimoni in qualche modo “scomodi” -, quella che può aiutarci a dar fiato alle nostre ragioni?

Non si rischia, così, di produrre iniziative migliori negli intenti che nei risultati?

Non amo gli applausi e non mi piace ricevere in camerino. Più che un artista, inteso come personaggio pubblico, per me l’attore è un artigiano: vive nella cerimonia del suo gesto in scena e poi basta. Come dico durante i miei laboratori: “Scrivi in primis per te e poi pazienta: ci sarà un tempo…”. Io questa poesia l’ho scritta per mio figlio; poi alcuni amici l’hanno letta e si sono commossi e mi hanno chiesto di renderla pubblica. È come a teatro: è il pubblico, col silenzio, che ti elegge. Se non sta in silenzio, è perché non hai saputo convincerlo. È lui che ti autorizza a parlare.

Il contrario di questo è un esibizionismo, che rischia d’ingolfare la macchina: un onanismo, che non rispetta il pubblico, ma lo bombarda. Io stesso continuo ad avere dubbi se ho fatto bene a scrivere questo. “Ha un senso?” Però poi me lo chiedono… quindi forse sì.

Non mi sento un Savonarola, ma il primo dei colpevoli; quanto alla creatività, non la inventi, però poi la devi studiare. Scrivo “di getto”, adesso: dopo essermi allenato per 15 anni e aver composto oltre 15mila versi in quartine di settenari a rima alternata. E pure questo è un testo provvisorio. Come quando fai la pizza: gli ingredienti sono la pulsione alla verità, la comunicazione li trasforma in pizza, ma poi deve ancora diventare teatro. Ci vorrà un anno dall’evento, per poter avere la giusta distanza prospettica.

PARS CONTRUENS

La chiacchierata con Mimmo Sorrentino si conclude riflettendo attorno a quella che a me è parsa la quartina forse più significativa e struggente – e, per un momento almeno, idealmente benaugurale.

Ognuno contro l’altro, / a distanza di sicurezza,

vorrei che questo rantolo / impestasse tenerezza.

Tenerezza è un termine che mi è sempre stato molto caro, perché ha un significato che va oltre l’amore. È come un empatico gioco di specchi: allude al sentirsi disarmati, che si prova difronte a chi è indifeso. E tanto più, allora, diventa suggestiva la costruzione di questa tua quartina. Tenerezza in opposizione chiasmatica rispetto a Ognuno contro l’altro, ma anche immediatamente sotto a quella sicurezza, in cambio della quale spesso gli uomini hanno rinunciato a un po’ di felicità, diceva Freud.

Ma sai che non è venuto subito, questo termine? L’ho dovuto cercare. Dovevo chiudere la rima, ma non trovavo la parole giusta. Poi: “Tenerezza”? Mi è venuto da chissà dove, ma mi sono detto: “Sì, ci sta bene!”. Per il resto, credo che tutto questo sia frutto dell’opposizione uomo-natura (che, se lo leggi in un’altra luce, è pure l’opposizione fra maschile e femmineo o fra prevaricazione e accoglienza). L’essere umano si è arrogato un sovranismo “perverso” per dominare sulle altre forme di vita, nel senso che lo ha fatto in modo artificiale e disarmonico. Biologicamente è la tigre che domina, il leone… non: l’uomo! E quello che stiamo scontando è il risultato di secoli.

Tenerezza è la anche la traduzione proposta da alcune bibliste per il termine rachamim – di solito reso con misericordia. Questo per dire: è una rivoluzione spirituale, secondo te, che può salvarci?

Come ti ho detto, non mi ritengo un Savonarola, ma il primo dei responsabili, perché, se non ci sarà un cambiamento, ne saremo comunque responsabili tutti. Però credo molto negli umili, nella gente semplice e per bene. Consumismo e benessere sono il pericolo; e ciascuno deve combatterli per salvare il suo mondo.

In queste tue parole mi sembra di veder aleggiare ancora la stessa paura “egoista”, che tratteggi bene nelle figure non certo edulcorate, evocate in Covido…

 

Per salvarsi, la gente è disposta a fare le cose più terribili. Pensa a cos’erano costretti a fare gli stessi ebrei, gli uni contro gli altri, nei campi di sterminio. Così termina Borrelli. Tutto sommato, è la stessa chiosa, non certo pacificante con cui mette fine a questa sua poesia, dove il rantolo pestifero non sembra riuscir a trasformarsi in soffio vitale – e il Grande Inquisitore troneggia a schiacciare il capo a chi si era arrogato il diritto di ergersi a Dio. L’immagine è quella del Giudizio Universale di Michelangelo; la temperie, quella del vento e del mare mugghiante, che ci ha tenuto compagnia per tutta la conversazione.

 

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