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Oggi tutti al Pantheon per chiedere la liberazione di Patrick Zaki. L’adesione di Articolo 21 presente alla fiaccolata

 

Articolo 21 aderisce e sarà presente con la portavoce Elisa Marincola e il coordinatore del Comitato tecnico-scientifico dell’associazione alla fiaccolata promossa da Amnesty International di oggi, 20 febbraio, alle ore 18.30, che si terrà in piazza del Pantheon, a Roma, per esprimere solidarietà a Patrick Zaki, il giovane studente egiziano (iscritto a un master dell’università di Bologna) arrestato in Egitto e chiederne la liberazione.
Il tribunale di Mansoura ha respinto nei giorni scorsi la richiesta di scarcerazione presentata dai legali del ragazzo.
Articolo 21 sostiene tutte le iniziative per chiedere alle autorità italiane di fare pressione sull’Egitto per il rilascio di Zaki come perseguiamo nella scorta mediatica per chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni.
La consapevolezza che si debba continuare a monitorare con attenzione la vicenda attraverso organismi internazionali, come si sta già facendo, è chiara a tutti. Attivisti, giornalisti e istituzioni.
L’unica possibilità che i diritti di Zaki siano garantiti e che l’attenzione resti alta affinché il procedimento giudiziario a suo carico sia il più trasparente possibile è illuminare a giorno la sua vicenda.
Dopo l’uccisione di Giulio Regeni quattro anni fa a Il Cairo, è doveroso che l’impegno a livello internazionale sia forte e determinato. Solo in questo modo si può sperare in una soluzione positiva del caso.
Per questo sentiamo il bisogno, oltre che di raccontare la vicenda di Zaki e di tutte le altre vittime della repressione più vasta da quando il presidente Abdle Fattah al Sisi è al potere, di sostenere e rilanciare l’appello di Amnesty al Governo italiano a fare tutto il possibile e continuare l’azione di pressione sulle autorità egiziane affinché lo studente iscritto all’Alma Mater di Bologna sia liberato al più presto.
L’iniziativa istituzionale e quella dell’opinione pubblica devono
sostenersi a vicenda. Fondamentale è proseguire la mobilitazione per chiedere la sua liberazione e la garanzia della sua incolumità.
Zaki è accusato di diffusione di notizie false, incitazione alle proteste, uso dei social media per danneggiare la sicurezza nazionale, propaganda per i gruppi terroristici e uso della violenza le imputazioni che gli sono state rivolte in base a un’inchiesta partita il 23 settembre.
L’accusa più grave, quella di azione via social per il ‘rovesciamento dello Stato’, prevede il carcere a vita.
Patrick è accusato anche di gestire una pagina Facebook contro il regime.
Secondo il suo avvocato Huda Nasrallah, che oggi ha potuto vederlo per alcuni minuti quando è stato portato in tribunale a Mansoura per l’udienza sulla richiesta di scarcerazione, poi respinta, Patrick stava “abbastanza bene e sperava di essere liberato”.
In aula l’attivista egiziano ha raccontato di essere stato fermato all’aeroporto internazionale del Cairo, interrogato per almeno sei ore e poi trasferito in una struttura di sicurezza dove lo hanno picchiato e torturato con scosse elettriche.
L’Egyptian Initiative for Personal Rights, i cui rappresentanti erano in tribunale a seguire l’udienza, ha nuovamente chiesto l’immediato rilascio di Patrick senza incriminazioni e l’avvio di indagini sulle torture e i maltrattamenti subiti dal giovane. L’organizzazione, per cui Zaki ha lavorato come ricercatore fino a quando è andato a Bologna per proseguire gli studi, sottolinea che la richiesta di rilascio è basata sull’irregolarità procedurale del suo arresto e della sua detenzione.
Da quando è stato fermato all’aeroporto della capitale il 7 febbraio Zaki è detenuto illegalmente in una struttura della sicurezza nazionale.
Per poter essere certi delle condizioni di detenzione sarebbe opportuno che le autorità italiane, che sono investite del caso in quanto lo studente era ospite nel nostro Paese, chiedessero all’Egitto di poterlo visitare in carcere.
Ma temiamo che l’azione diplomatica italiana sia volutamente soft. Pertanto resta fermo il sostegno alla richiesta dei genitori di Giulio Regeni di richiamare il nostro ambasciatore per consultazioni.

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