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“Querida Amazonia”. Non possiamo restare indifferenti alle esortazioni di Papa Francesco

 

Sono tre i piani di lettura dell’esortazione apostolica “Querida Amazonia” che padre Antonio Spadaro ci offre come commento di accompagnamento alla lettura. Il primo piano di lettura è quello rimosso, il piano politico-sociale. Il secondo piano è quello filosofico, che spiega anche la questione dei prossimi passi, come i preti sposati. Il terzo invece è quello più importante per me: quale cristianesimo c’è, si deve valorizzare e ci arriverà dall’Amazzonia?
Cominciamo dal piano rimosso. E’ una scelta dovuta per ordine e per valore rimosso del testo. Non ritengo giusto che l’unico che abbia commentato questa parte dell’esortazione apostolica del papa sia Bolsonaro, per criticare.

La Chiesa, avverte Spadaro, sta spostando il suo baricentro dall’area euro-atlantica verso un’area di gigantesche contraddizioni. Se fosse possibile sottolineerei quel “sta spostando”. “ Uno dei motivi per i quali il pontificato di Francesco è al centro di un vortice di attacchi che coalizzano il fondamentalismo religioso e il sovranismo populista è proprio la capacità della Chiesa cattolica e del Pontefice di lanciare un messaggio d’impatto globale. Un messaggio scomodo perché radicalmente evangelico.” E’ chiarissimo, sebbene non esplicitato: il vangelo parla anche ai cittadini del sud del mondo e il sud del mondo è oggi nel baricentro ecclesiale.
E’ difficile non chiedersi in effetti chi altri oggi parli di Amazzonia. La devastazione si sarebbe potuta considerare “missione compiuta” se a richiamare almeno un po’ di attenzione non ci fosse stato stato prima il sinodo poi l’esortazione apostolica. Dunque l’alleanza Chiesa- popoli è vera. E constatare che l’indignazione espressa da Francesco sia rimossa consente a padre Spadaro di sottolineare qui, in Amazzonia, si concentra il 20% dell’acqua dolce non gelata della terra. Vi sorge il 34% dei boschi primari del pianeta, che a loro volta ospitano il 30 e il 40% della flora e della fauna mondiali. Di chi si occupa una Chiesa che non si occupa dell’Amazzonia?
“In Amazzonia la Chiesa fa esperienza di un popolo che chiaramente non coincide con uno Stato nazionale, e che anzi è un insieme di popoli portatori di un’enorme ricchezza di lingue, culture, riti e tradizioni ancestrali. Ma essi sono pure perseguitati e minacciati da tante forme di violenza, dalla distruzione e dallo sfruttamento ambientale, dalla sistematica violazione dei diritti umani fondamentali.”

Disinteressarsi all’Amazzonia lascia indifferenti quelli che sono indifferenti ai diritti umani, ma se si vuole richiamare l’attenzione sui diritti umani non si può ammettere che ci sia per la prima volta nella storia un sinodo sull’Amazzonia e occuparsi solo di dettagli.
Infatti, scrive Spadaro, “Mettere in discussione il potere difendendo il territorio e i diritti umani significa mettere a rischio la propria vita, accettare un cammino di croce e martirio.” Proseguire in queste lettura aiuta a capire quanto sia grave non leggere.
“Il processo sinodale ha messo in discussione gli interessi economici predatori. Per questo, già nei suoi documenti preparatori, l’Assemblea dei vescovi era stata attaccata – anche da media che pretendono di definirsi “cattolici”- come eretica, panteista, assurda, “biodegradabile”, “cavernicola”.” E’ questa la parte che si deve leggere con maggiore attenzione per capire quale sia la prospettiva che abbiamo avuto sotto il naso e che abbiamo trascurato. Prima di arrivare alla seconda parte, quella accennata.
Si tratta della parte relativa al ruolo di questa esortazione apostolica nel magistero della Chiesa. Un’esortazione importante non solo perché parla di poesia, cita tantissimi poeti latinoamericani, quindi apre l’orizzonte culturale del mondo al di là dei confinali dottrinali, ricostruisce relazioni e riscopre valori che quasi tutti abbiamo perduto. Ma ci dà anche un’idea del pensiero filosofico di Bergoglio. Che Spadaro, essendogli vicino ed essendo un gesuita, spiega benissimo. Questa filosofia non si capisce se non si capisce il pensiero antinomico.

Noi pensiamo alla dialettica come tesi-antitesi-sintesi. Francesco, forte della spiritualità ignaziana e del pensiero di Romano Guardini, arriva a farci immaginare uno sforzo per noi considerevole: se la vita è atto, ogni atto deve avere un punto di partenza fisso. Dunque ogni atto presuppone un momento statico. Sono opposti, non sono contrapposti. Qui, tra azione e fissità non c’è tesi e antitesi da cui scaturisce una sintesi intesa come compromesso, o via di mezzo, ci sono invece due opposti indispensabili. Le stagioni fredde e calde, umide e secche, si rimpiazzano quando raggiungono il massimo di espansione, visto che a quel punto la loro costruttività viene meno. Ma si può fare a meno delle une o delle altre? Non sono indispensabili per mantenere uno stato di equilibrio? L’elaborazione delle opposizioni polari non è estranea alla nostra cultura, Roberto Ardigò ha affermato che la concordia discors di Orazio, cioè l’armonia discorde, indichi una strada necessaria, quella “generata da persone che si ascoltano e si confrontano.” Tutto questo ci appartiene, con Orazio ed Empedocle, come appartiene all’Estremo Oriente, incluse ovviamente le sue concezioni filosofiche. La realtà si mostra attraverso una tensione sempre rinnovata tra polarità contrarie. Di più: nel libro di Massimo Borghesi si legge che per Bergoglio “la cattolicità esige, chiede questa polarità tensionale tra il particolare e l’universale, tra l’uno e il multiplo, tra il semplice e il complesso. Annichilire questa tensione va contro la vita dello Spirito. Ogni tentativo, ogni ricerca di ridurre la comunicazione, di rompere il rapporto tra la Tradizione ricevuta e la realtà concreta, mette in pericolo la fede del Popolo di Dio. Considerare insignificante una delle due istanze è metterci in un labirinto che non sarà portatore di vita per la nostra gente. Rompere questa comunicazione ci porterà facilmente a fare della nostra visione, della nostra teologia, un’ideologia.”

Eccoci così al passaggio cruciale dell’accompagnamento alla lettura di padre Antonio Spadaro, che in merito alle dispute interne sui sacerdoti scrive che il documento “registra il fatto che ci sono situazioni pastorali che suggeriscono soluzioni opposte. [….] Che fare dunque qualora ci si presentassero due proposte differenti? Il Papa risponde riprendendo la sua Evangelii Gaudium, che quando succede questo è probabile che la vera risposta alle sfide dell’evangelizzazione sta nel superare tali proposte, cercando altre vie migliori, forse non immaginate. Il conflitto si supera ad un livello superiore dove ognuna delle parti, senza smettere di essere fedele a sé stessa si integra con l’altra in una nuova realtà. Tutto si risolve «su un piano superiore che conserva conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto.»” Leggendo bene si scopre una novità enorme: non c’è accettazione? Io dire che non c’è imposizione.
La trappola riduttivista è smascherata. Parlare di preti sposati o celibi è il punto di arrivo di un discorso ecclesiale, il terzo piano di lettura, che accompagna i popoli amazzonici, non le nostre pulsioni, verso la costruzione di una Chiesa di tutti i battezzati, una Chiesa che rilanci le comunità di base, i riti, i balli, i simboli, i canti, che si affidi alle donne. Un’altra Chiesa. “Scrive Antonio Spadaro: “Inculturare il Vangelo in Amazzonia significa quindi, per Francesco, ascoltare la saggezza ancestrale, ridare voce agli anziani, riconoscere i valori presenti nello stile delle comunità originarie, recuperare nel tempo le ricche narrazioni dei popoli. La narrazione unisce la testimonianza e la potenza del simbolo. Il Papa riconosce che la regione ha già ricevuto le ricchezze che provengono dalle culture precolombiane. Gli indigeni che vivono nella Panamazzonia hanno un’eredità mitologica che rimane viva. La spiritualità dei popoli originari è caratterizzata dalla relazione naturale e culturale tra gli indios e la foresta, i fiumi, la terra, gli animali, in un’intricata rete di reciprocità. Gli indigeni sentono e vedono la natura non come qualcosa che è estraneo alla loro esistenza, come parte della loro società e cultura, come un’estensione del loro corpo personale e sociale. […] Per il popolo della foresta amazzonica Dio non è una realtà da spiegare, ma ha a che fare con la saggezza religiosa che diventa resistenza, coesistenza con il cosmo e la natura.” Il rapporto con Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, liberatore e redentore, “non è nemico di questa visione del mondo marcatamente cosmica”. Infatti, Cristo è anche il Risorto che penetra tutte le cose. [….]”

Gli orrori del passato, non solo in Amazzonia, ma dei tempi della cristianità normativa, quella bizantina, sono alle spalle, e francamente sembra incredibile che questa capacità di incontro pluralista nell’epoca della crisi del pluralismo possa cadere nel dimenticatoio già nel momento in cui viene annunciata, esposta.

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