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Migranti, 2019 – Naufragi a Casa Nostra

 

L’ultimo sbarco del 2019 è datato 29 dicembre e porta a Pozzallo dalla nave Ong Sea Eye, 32 persone. Sono tutti libici, poco meno della metà sono donne e bambini. Interi nuclei familiari in fuga da un paese dove il conflitto tra Cirenaica e Tripoli si fa sempre più aspro e dove entrano nella partita Russia e Turchia rispettivamente a sostegno del leader di Cirenaica Haftar e di quello di Tripoli Serraj. Non sappiamo invece chi era a bordo di un’altra imbarcazione recuperata dalla motovedetta libica Fezzan e riportata indietro nella stessa Libia dalla quale fuggivamo i profughi sbarcati a Pozzallo. Erano libici anche alcuni delle 20 vittime del naufragio del 23 novembre scorso uniti nella stessa sorte ad altri uomini e donne costretti ad affrontare il Mediterraneo su un barcone con altri 149: i sopravvissuti, salvati a mezzo miglio dalle coste di Lampedusa dai sommozzatori della guardia costiera. Un mese prima, il 7 ottobre un altro naufragio davanti l’isola che non vedeva  inabissarsi barconi da quel 3 ottobre del 2013. In questi giorni si fanno tanti bilanci su cosa è successo nel settore immigrazione nel 2019. Si analizzano decreti sicurezza, si fa a gara nell’ attribuire il “merito” dell’indiscutibile calo negli sbarchi e si parla poco se non niente di come il 2019 sia stato l’anno in cui le persone migranti costrette a mettersi in mare sono tornate a morire dentro il Mare Nostrum, davanti casa nostra.

A luglio del 2019, scendendo al molo Favaloro dalla barca a vela Alex &Co di Mediterranea Saving Humans avevo raccolto lo sfogo di un militare italiano stanco di dover passare le giornate a inseguire o bloccare le ONG con qualche decina di migranti a bordo al confine con le acque territoriali.
“Tanto entrano lo stesso. Mentre noi stiamo qua a trattenere per qualche giorno questi quattro gatti a mare, nel frattempo entrano decine di barche per i fatti loro. Sbarchi autonomi e fantasma… Arrivano quasi tutti i giorni e nei prossimi mesi si muoveranno sempre di più così. Per questo ieri ci hanno mandato i rifornimenti di sacchi neri per i cadaveri. Ci hanno detto di tenerci pronti e di essere pronti a tirare su cadaveri” . Tre mesi dopo, gli uomini in divisa tiravano fuori 25 corpi. 13 erano donne, la più piccola aveva 12 anni, e la sua bara, come tutte le altre, aveva al posto del nome un numero e la data della morte.

Nel secondo naufragio tra le 20 vittime, un giovane algerino che in un filmato inviato ad amici rimasti in Algeria, veniva preso in giro dai compagni di viaggio perché era terrorizzato e aveva pianti per la paura quando il mare si era ingrossato e il barcone stracarico si era inclinato più volte rischiando di ribaltarsi. Nel filmato sorrideva e faceva il segno della vittoria con le dita perché vedeva ormai la terra vicina. Ai familiari arrivati dalla Francia (sperava di poterli raggiungere passando dall’Italia) non è stato possibile riconoscere il suo corpo martoriato dai giorni passati in mare prima del recupero. Sarà necessario fare l’esame del DNA se vorranno riportarlo a casa per far pregare sulla sua tomba chi gli voleva bene.
Ecco, sarebbe giusto se alla fine di quest’anno – e come monito per quello a venire – quando si parla dei immigrazione forzata, o se preferite illegale, otre a percentuali e numeri degli sbarchi, a quanti giorni sono rimaste ferme le navi umanitarie prima di entrare con o senza autorizzazione, se insieme alla comandante Carola Rackete che sfida un ministro dell”Interno, ai 18 giorni della Open Arms con i migranti esausti che si buttano a mare davanti la porta d’Europa a Lampedusa, sarebbe giusto ci ricordassimo che quest’anno alcune delle circa mille vittime del 2019  sono annegate davanti casa nostra. E sarebbe anche il caso di chiedersi perché. Buon Anno.

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