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Afghanistan. Dove i lupi si travestono da capre

 

di Malalai Joya. Attivista, scrittrice e politica afghana.

(intervista a cura di Enrico Campofreda)

Già posticipata al 14 novembre, la pubblicazione dei risultati delle elezioni presidenziali afghane è stata rimandata a cause delle proteste di alcuni candidati come il primo ministro Abdullah Abdullah, antagonista del presidente Ashraf Ghani per la poltrona dell’Arg, il palazzo presidenziale di Kabul. Ma l’Afghanistan può davvero cambiare?

Abbiamo intervistato Malalai Joya, attivista, scrittrice e politica afghana. Già all’età di 4 anni è stata costretta a rifugiarsi con la sua famiglia in un campo profughi in Iran e successivamente in Pakistan. Dopo il ritiro delle truppe sovietiche e la conseguente guerra civile terminata con la presa del potere da parte dei talebani, nel 1998 rientra in Afghanistan. Eletta come membro della Loya jirga dalla provincia di Farah, il 17 dicembre 2003 ha denunciato nell’assemblea riunita per ratificare la costituzione dell’Afghanistan la presenza di persone da lei definite “signori e criminali di guerra” e da allora ha subito diverse minacce di morte e deve vivere sotto scorta.

Malalai Joya, per quel che mostrano le ultime presidenziali afghane nel suo Paese ha senso votare?

Dispiace dirlo, in Afghanistan le elezioni sono diventate una barzelletta. Personalmente non parlo più di scelta delle urne, ma di nomina. Poteri esterni, che come sappiamo vengono dalla Casa Bianca, indicano chi dev’essere incaricato in taluni ruoli. Nel 2014 il Segretario di Stato americano Kerry scelse un mostro a due teste [Ghani e Abdullah] per evitare lo scontro civile. Se ora il mostro avrà tre o dieci teste lo vedremo. La realtà è che le consultazioni hanno perso ogni rapporto con la popolazione.

Una di queste teste, il presidente uscente Ghani, che molto s’era speso per la scadenza elettorale, cerca di risalire la china accattivandosi i talebani che l’hanno escluso da ogni “trattativa di pace”.
Ghani è un fantoccio, non ha nessun potere, non può aprire alcuna finestra verso i talebani. Tutto viene deciso dagli Stati Uniti, lui accetta. Nella società afghana leader collusi coi progetti occidentali, i tecnocrati, i “Signori della guerra” da anni cooptati nelle istituzioni sono inesorabilmente legati al filo degli orientamenti americani, altalenanti fra guerra e finzione di pace.

Però sembra che la “novità” per l’Afghanistan del futuro sia proprio il reinserimento dei sedicenti studenti coranici con cui si tratta da oltre un anno.
Ci sono stati altri cicli di colloqui di pace, in differenti fasi di jihad. La gente pensava che una volta raggiunto l’accordo i massacri sarebbero terminati, invece niente. Ogni famiglia porta lutti per i molteplici periodi di guerra con e fra fondamentalisti. Accordarsi con loro non è una buona tattica, il popolo non dimentica. Magari non reagisce al momento, ma aspetta l’occasione per vendicarsi e rigettare qualsiasi imposizione, specie se macchiata di sangue. Uno degli ultimi casi è stato quello di Hekmatyar, avvicinato dal governo come ambasciatore verso i talebani, il boss dell’Hezb-e Islami continua a ripetere impunemente che chi pratica attacchi kamikaze va dritto in paradiso. Che i talebani, come un tempo accadde per… Continua su confronti

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