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Una visione romantica della vita. ‘A rainy day in New York’ di Woody Allen

 

L’ipocrisia puritana sta tentando a più riprese di uccidere l’arte nelle sue manifestazioni più alte, di soffocarla, di reprimerla, di imbavagliarla. Ci prova da anni con due registi che definire dei mostri sacri è poco: Roman Polanski e Woody Allen. Così si è cercato di rendere la vita difficile alle ultime opere dei due cineasti, che tuttavia, e fortunatamente, per loro, ma anche e soprattutto per noi, hanno visto la luce.

Polanski, inutile dirlo, ha firmato con J’accuse un capolavoro di rara bellezza e rigore stilistico, un gioiello di nitore etico che da solo basta a dare uno schiaffo morale ai tanti benpensanti sempre pronti a montare uno scandalo ma troppo ciechi per riconoscere un lavoro dalla qualità inconfutabile, girato con inarrivabile maestria.

Woody Allen, allo scoccare delle sue 84 primavere (86 quelle di Polanski), ci consegna un film di una freschezza che allarga il cuore e che appare quasi come un nuovo esordio sebbene girato ad un’età in cui normalmente si realizza il proprio canto del cigno. Ma il cinema di Allen è irrorato da tanta e tale linfa che il giorno dell’addio alla macchina da presa, c’è da giurarci, è ancora invisibile dietro l’orizzonte. E chissà che in uno dei suoi prossimi film non sia proprio il puritanesimo dei sepolcri imbiancati dell’epoca #MeToo ad essere messo alla berlina da quel geniaccio di Woody. Chi, infatti, meglio di lui saprebbe e potrebbe farlo? Nell’attesa soffermiamoci sulla sua ultima fatica, Un giorno di pioggia a New York (A rainy day in New York).

Dal set di ‘Un giorno di pioggia a New York’

Questo film, il quarantanovesimo del regista, è a tutti gli effetti un nuovo capitolo della lunga storia d’amore che Woody Allen intrattiene con la sua New York: «Amo Manhattan, l’ho sempre amata e amo le metropoli in generale. Amo New York City. Vivo a New York City: la conosco, la capisco, il mio cuore è lì sempre, tutto il tempo. Mi piace mostrarla alla gente. E da tanto, tanto tempo volevo ritrarla sempre sotto la pioggia come in questo film. E così siamo andati insieme con Storaro e il cast in tutti i luoghi per raccontarli con la pioggia. Ovviamente non ha piovuto mai».

La trama è semplice, almeno all’inizio: Gatsby e Ashleigh sono una coppia di giovani fidanzati che frequenta la stessa università. Entrambi ricchi, lui è un newyorchese doc, lei è originaria di Tucson, in Arizona, ed è figlia di un banchiere. Ashleigh vuole fare la giornalista e scrive per il giornale del suo ateneo, Gatsby non ha ancora le idee chiare sul suo futuro ma intanto gioca (e vince) a poker e alle corse. Un giorno Ashleigh ha l’occasione di intervistare il noto regista Roland Polland (un bravo Liev Schreiber) e per farlo deve recarsi a New York. I due fidanzatini decidono di trascorrere insieme il weekend nella Grande Mela, da soli, senza avvisare i genitori di Gatsby, che ha un rapporto complicato con la madre e vorrebbe evitare di partecipare al suo party di beneficienza. Così, avendo vinto una notevole somma a poker, Gatsby prenota una suite al Pierre e un pranzo al Carlyle, e da amante dell’arte qual è, programma di portare Ashleigh al Moma. L’incontro di Ashleigh con Polland innesca però una serie di situazioni che terranno separati i due ragazzi – «la città ha preso il sopravvento» – e indurranno Gatsby a riflettere sul suo rapporto con la ragazza e sulle proprie scelte.

Affine per certi versi a Midnight in Paris, del quale presenta alcune analogie nell’intreccio, e col quale, soprattutto, ha in comune la medesima eleganza e la stessa struggente malinconia, Un giorno di pioggia a New York, pur non essendo un capolavoro, si presenta come un meraviglioso compendio del cinema di Woody Allen, restituendoci quello che è il suo immaginario romantico, la sua visione di New York, i luoghi a lui più cari, splendidamente fotografati da Vittorio Storaro.

Dal set di ‘Un giorno di pioggia a New York’

La nostalgia che attraversa il film è la stessa che scorgiamo nelle parole di Allen quando parla della sua Manhattan: «Mi sono innamorato di Manhattan da ragazzino. Mio padre mi ci portava quando avevo sei, sette anni, mi portava con la metropolitana da Brooklyn verso Manhattan. Mi ricordo che salivamo in superficie, giungevamo a Times Square. Ed era straordinario. Una sala da cinema e poi un’altra e un’altra ancora, in qualunque direzione guardassi, e poi Broadway, molti cartelloni. E ricordo tantissima gente, tanti soldati, e marinai, bellissime donne che camminavano e tizi che vendevano piccoli trucchi di magia per strada. E così appena fui un pochino più cresciuto potei andare da solo perché costava solo dieci centesimi, cinque per andare e altrettanti per tornare. E solo per guardare in giro, guardare dentro i ristoranti, i nightclub, tutti quei film, tutti quei cinema. Era straordinaria e io ne ero innamorato. A quei tempi ogni volta che potevo andavo da Brooklyn a Manhattan». Degli anni d’oro di Manhattan, che secondo Allen sono da collocarsi tra gli anni Dieci egli anni Cinquanta del Novecento, il regista ricorda anche il teatro, quello «serio», quello dei «Tennessee Williams, Eugene O’ Neal, Arthur Miller, Edward Albee». Mentre «oggi è tutto uno show per turisti, molto costoso, biglietti a centinaia di dollari, quando ero ragazzino la poltrona migliore costava otto dollari. C’erano nightclub, dopo lo spettacolo andavi nel club per cenare o per bere. Ora è tutto un girare in bicicletta, uno shopping online, non è lo stesso».

Dal set di ‘Un giorno di pioggia a New York’

Non è un caso che il giovane protagonista si chiami Gatsby come il personaggio del famoso romanzo di F. Scott Fitzgerald. Nel suo modo di essere, nelle cose che pensa, come nelle cose che ama, Gatsby sembra appartenere ad un’altra epoca. Ama il cinema classico hollywoodiano, adora la musica di Gershwin, anche la passione per il gioco d’azzardo riflette il suo essere fuori dal tempo, è una passione impregnata di romanticismo e nostalgia. «Gli porta alla mente la New York narrata da Damon Runyon, con le strade di Broadway popolate da giocatori d’azzardo e scommettitori sulle corse dei cavalli. Fa tutto parte della sua visione romantica della vita», sostiene Allen.

Ovviamente la New York di Woody Allen è ben diversa da quella ritratta da Martin Scorsese. Se quest’ultimo si concentra sul Bronx e sui quartieri più popolari, poveri e malfamati, la Grande Mela prediletta da Allen è quella dell’élite intellettuale e delle classi medio-alte. Questo senza alcuna motivazione classista, semplicemente è la New York che lui conosce di persona: «Io abito in un certo ambiente ricco. Quello che mi diverte è raccontare quello che vedo. Tutti pensano che i ricchi non abbiano problemi, quando, invece, in ogni mio film dimostro come le persone abbienti hanno i problemi di tutti quando vengono a scontrarsi con le questioni di cuore o psicologiche».

Tutti i personaggi di Un giorno di pioggia a New York hanno problemi e inquietudini relative alla propria identità, a partire dal protagonista, Gatsby, che per l’inesperienza e la giovane età non conosce ancora se stesso e non sa cosa vuole dalla vita. Anche la personalità di Ashleigh è così vaga e indefinita che a tratti la sua identità sembra evaporare: quando incontra l’attore Francisco Vega (Diego Luna), a sua volta vittima del cliché dei soliti personaggi che è chiamato a interpretare, è così frastornata all’idea di trovarsi davanti a un divo come lui, da dimenticare finanche il proprio nome, al punto da dover tirar fuori la patente per identificarsi. Lo sceneggiatore Ted Davidoff (Jude Law) vive all’ombra del regista Pollard e si ritrova a scoprire il tradimento della moglie con un suo caro amico. Lo stesso Pollard è un regista in crisi creativa, del tutto insoddisfatto del suo ultimo film, come insoddisfatto era Woody Allen quando finì di montare il suo Manhattan: «Fui davvero molto sorpreso dell’entusiasmo con cui il pubblico lo accolse. Quando lo finii di girare e montare pensai: “non è un buon film, no”. Ero molto scontento e deluso, chiamai la United Artist, la casa di produzione, e dissi loro: “guardate, se non lo distribuite, se non lo fate uscire, ve ne girerò un altro gratis il prossimo anno. Mi risposero che ero pazzo, “non ce lo possiamo permettere, abbiamo dovuto chiedere soldi a una banca per fare questo, a noi il film piace e non possiamo non farlo uscire e quindi andrà in sala”. Il film è uscito e fu un successo straordinario in tutto il mondo. Così me ne sono stato zitto. Mi sono ben guardato dal dire nulla, anzi ho detto “sì, sì, sono contento del film”».

Momento centrale di Un giorno di pioggia a New York è l’intimo dialogo tra Gatsby e sua madre (Cherry Jones): è la prima volta che i due si parlano davvero, la prima volta che si confessano l’un l’altra, la prima che si capiscono veramente. E Gatsby comprende che sua madre non è la donna fredda, distaccata e austera che appare. È un momento magistrale, quello che la madre dice al figlio è una rivelazione che diventa luce nel buio di una tempesta sentimentale. La fotografia di Storaro sottolinea in modo magnifico e discreto questo punto nodale del film. Si fa complice del regista nel creare l’atmosfera di tepore e intimità che suggerisce non una ritirata dal mondo bensì l’accoglienza serena della sua complessità e delle sue contraddizioni. Sebbene edulcorata dall’ironia e alleggerita dalle fulminanti battute cui ci ha abituati nel corso degli anni, Woody Allen esprime in molti suoi film un’idea della vita priva di una direzione precisa, di un senso, di una ragion d’essere, trovando nell’amore, nell’arte, nella sublimazione estetica gli unici incentivi a portare avanti un’esistenza fondamentalmente insensata. Ancora una volta è l’amore, una visione romantica esaltata dall’uggiosa malinconia di un giorno di pioggia, a regalare uno spiraglio di speranza. Come quei raggi di sole che dopo un temporale filtrano attraverso il grigiore delle nuvole.

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