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Rapido 904. L’ultima strage del quindicennio tragico

 
Sedici morti e duecentosessantasette feriti a causa di una bomba posta su una griglia portabagagli posta nel corridoio della nona carrozza di seconda classe, esplosa nella Grande Galleria dell’Appennino, subito dopo la stazione di Vernio: fu questo il prezzo da pagare per la conclusione della fase stragista meglio nota come Strategia della tensione. Da notare che le modalità dell’attentato sono assai simili a quelle della strage del treno Italicus, avvenuta a San Bendetto Val di Sambro nella notte fra il 3 e il 4 agosto 1974, quando un altro ordigno aveva dilaniato il convoglio diretto a Monaco di Baviera, provocando dodici morti e quarantotto feriti. Da notare che la differenza sostanziale fra i due atti di barbarie è che dieci anni prima la bomba era esplosa quasi all’usita della galleria, dieci anni dopo, invece, all’interno, aggravando notevolmente le conseguenze dello scoppio.
Molto si è detto e scritto in merito a quest’ultimo capitolo di una stagione durata quindici anni, aperta il 12 dicembre 1969 dalle due bombe di piazza Fontana e conclusa da un bagno di sangue addirittura peggiore per proporzioni e violenza, dopo aver provocato oltre duecento morti e un numero spaventoso di feriti.
Piazza Fontana, l’attentato di Peteano, piazza della Loggia, il treno Italicus, il delitto Moro, la strage di Bologna e tutte le altre vicende drammatiche di quel quindicennio sono, dunque, riconducibili a una matrice ben precisa: una regia esterna volta a destabilizzare il nostro Paese per preparare il terreno a una svolta autoritaria, sul modello dei colonnelli che insanguinarono la Grecia fra il ’67 e il ’74, che solo la saggezza e la passione democratica di una classe dirigente ancora complessivamente dotata della necessaria rettitudine morale riuscì a sventare.
Per quanto concerne la strage del Rapido 904, va detto che la pista più probabile è quella di una bomba di naura mafiosa, una vendetta legata alle rivelazioni del pentito Buscetta e carica di messaggi intimidatori all’indirizzo non solo di Falcone e Borsellino ma, più che mai, di quegli ampi settori della politica, siciliana e nazionale, ritenuti dai boss di Cosa Nostra responsabili di tradimento, ossia la colpa più grave che esista agli occhi degli uomini di mafia.
Diciamo che la strage del Rapido 904 è stata, pertanto, uno spartiacque fra due epoche: la fine della stagione della violenza rossa e nera, della sovversione dell’ordine costituito da un lato e dell’eversione reazionaria dall’altro, e l’inizio della stagione che sarebbe culminata nel biennio di sangue a cavallo fra il ’92 e il ’94, fra la conclusione straziante della Prima Repubblica, travolta dai miasmi di Tangentopoli, e l’avvio della Seconda, dopo aver consolidato nuovi equilibri politici e un blocco sociale disposto a sostenerli.
Le povere vittime del Rapido 904, proprio come quelle dell’Italicus e della stazione di Bologna, senza dimenticare tutte le altre, non furono che pedine di scambio, merce sacrificabile, carne da cannone in una guerra che nessuno ha mai avuto il coraggio di dichiarare ma che tale è stata e come tale merita di essere ricordata. Caddero per scopi sordidi, per fini inconfessabili, per trasformare l’Italia in un campo di battaglia e avvelenarla con le scorie da cui, grazie alla Resistenza e alla scrittura di una splendida Costituzione, si era faticosamente liberata dopo il ventennio fascista.
Trentacinque anni dopo l’epilogo di quella mattanza conosciamo, al massimo, i nomi degli esecutori materiali. I mandanti sono rimasti nell’ombra, burattinai intoccabili di un carnevale macabro che ci ha strappato l’anima e reso tutti peggiori. Non dimenticare è il minimo ma non basta.

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