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“Adesione spontanea alla Carta di Assisi”. Intervista ad Antonio Di Bella

 

“Un’adesione spontanea e volontaria dal basso”. E’ questa secondo il direttore  Antonio Di Bella la strada  possibile da percorrere. La Carta di Assisi come strumento, “unico antidoto possibile alla crisi del giornalismo in Italia e nel mondo”.

Il primo manifesto internazionale contro i muri mediatici e l’uso delle parole come pietre può dunque essere un argine alla strategia dell’odio? 

Sappiamo che tantissime persone si informano direttamente in internet e non ritengono credibili  i media convenzionali. Noi come giornalisti abbiamo  molte colpe ma non credo servano editti,  leggi o divieti per scacciare la cattiva informazione che pure c’è.

Cosa serve?

È necessaria  una presa di coscienza prima individuale, poi collettiva. Carte come questa sono forse un piccolo passo in questa direzione.

Ci sono precedenti? 

Certamente un esempio è il rispetto dei minori. I passi avanti che sono stati fatti non sono avvenuti grazie a divieti o proibizioni ma strumenti come la Carta di Treviso che ha aumentato la consapevolezza in ogni singolo giornalista. Io credo che ciò che dobbiamo fare in meglio sia l’unica medicina per una informazione malata.

Secondo Giuseppe Giulietti presidente della Fnsi la Carta di Assisi è “dichiarazione di fratellanza universale contro il muro dell’odio, che chiama in causa tutti gli operatori di pace”. Uno strumento che dunque varca i confini della deontologia giornalistica.

È evidente che avere un’informazione migliore non può esistere in una comunità dove odio e aggressione la fanno da padrone. Il miglioramento e il tentativo di cambiamento  di atmosfera è inteso parallelamente alla società e alla politica. Il Vaticano, con Papa Bergoglio, ci sta insegnando la strada quando fa riferimento alla mancanza comunicazione rispetto alla dominio dell’utilizzo dei social. Anche per il presidente Mattarella la ricerca del dialogo è un tema prioritario e ricorrente. È  chiaro come siano concetti facili da declamare e difficili da praticare; un dovere  in più di chi fa informazione.

Il suo è certamente un punto di vista globale. Esistono precedenti di Carte come quella di Assisi in altri Paesi? 

Nei miei anni di lavoro sia in America che in Francia non ricordo nulla di simile. Solo il codice di autoregolamentazione delle televisioni americane che aveva tuttavia una valenza profondamente etica rispetto all’uso di forme pubblicitarie che esaltassero la potenza economica del network. Ripeto, sono totalmente contrario a decaloghi calati dall’alto perché se si cominciasse a usare una regolamentazione si potrebbe incorrere nel facile rischio di applicare censure.

Se dovesse dare una forma a ciò che stiamo vivendo in termini di comunicazione? 

Siamo nel mezzo tra due modelli opposti: da una parte, ad esempio, il pronunciamento della Corte Suprema della California che ha dato ragione a un sito che pubblicava notizie false in virtù del concetto che la libertà  di informazione  addirittura prevale sulla falsificazione delle notizie. Dall’altra parte abbiamo la Cina dove vengono censurati i social network nell’interesse delle massime istituzioni. L’unica via possibile, dal mio punto di vista, è la presa di coscienza dal basso di utenti e giornalisti all’adesione volontaria a modelli come la Carta di Assisi.

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