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Orbán, se l’uomo forte cade a Budapest

 

Il fatto che l’onnipotente Viktor Orbán abbia, in parte, arrestato la sua marcia in alcune città ungheresi, a cominciare dalla capitale, sostituisce una speranza per l’Europa e per l’Occidente in generale. Significa, infatti, che anche questo populismo straccione, violento, pericoloso, fascistoide e disumano può essere fermato, soprattutto là dove è più elevato il livello culturale e, probabilmente, anche il reddito pro capite. Il che deve interrogarci, perché se la sinistra funziona solo al cospetto dei colti e dei benestanti viene meno la sua funzione storica. Vale ovunque ma, a maggior ragione, in paesi in difficoltà come l’Ungheria, dove il pericolo fascista è più presente e pervasivo che altrove, a causa dell’eredità avvelenata del socialismo reale e delle restrizioni che esso ha comportato.

Fatto sta che la sconfitta di István Tarlós ad opera di Gergely Karácsony, un giovane ecologista di idee progressiste, ci dice alcune cose su cui sarà bene riflettere nei prossimi mesi. Innanzitutto, giunge in concomitanza con le pessime notizie provenienti dalla Polonia, dove invece la destra nazionalista di Kaczyński ha vinto nettamente le elezioni e ora potrebbe dar vita a un governo di ultradestra che trasformerebbe la Polonia nel paese più conservatore e retrogrado d’Europa, riportando in auge una stagione tragica che speravamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle. In secondo luogo, ci dice che la barbarie orbaniana, tanto cara alla destra di casa nostra, non solo può essere sconfitta ma può essere relegata nell’angolo della storia in cui merita di stare, con il suo universo di prepotenza, sopraffazione e disumanità che nulla ha a che spartire con i princìpi sui quali si dovrebbe fondare il Vecchio Continente. Infine, mette in discussione il mito dell’uomo forte su cui Orbán ha fondato il proprio potere assoluto, incrinandone le prospettive e restituendo coraggio a un’opposizione che ora dovrà trovare la forza di trasformare quest’unione di necessità in una coalizione politica omogenea e agguerrita, in grado di far uscire il Paese dall’abisso in cui la peggior classe dirigente che abbia mai avuto lo ha fatto sprofondare.

Sarà, tuttavia, bene non cullarsi sugli allori, analizzando piuttosto le discrepanze fra il voto delle grandi città e quello delle aree rurali, ormai una caratteristica mondiale della divisione fra progresso e regresso, fra chi guarda al futuro con ottimismo e chi, al contrario, è terrorizzato da una globalizzazione sregolata e per questo si affida alle ricette dei seminatori di terrore, fra chi ha avuto la possibilità di studiare e chi è stato abbandonato a se stesso e ora cova una rabbia feroce, non ingiustificata e, pertanto, ancora più devastante.
Orbán, al pari di Erdoğan, cade nelle città in cui maggiori sono la vitalità e il fervore culturale ma sarà bene tener presente che non bastano Budapest o Istanbul per debellare questi flagelli, nemici della democrazia e dei diritti umani.
Fino a quando gli autocrati contemporanei, come li ha definiti in copertina l’autorevole rivista Foreign Affairs, non cadranno nelle campagne e nei piccoli centri, il loro potere, per quanto fiaccato, resterà comunque solido.
Il riscatto degli ultimi e degli esclusi è la ragione di esistere della sinistra.  Sarebbe ora che la sinistra se ne ricordasse.

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