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L’ombra del nichilismo sull’America Latina

 

Le brusche impennate nel costo della vita a fronte di salari striminziti, lo sviluppo azzoppato da crescite economiche nazionali inferiori anche alle attese meno ottimiste (la brutta congiuntura internazionale si fa sentire), le diseguaglianze crescenti tra chi ha (una minoranza, anche se più ampia di vent’anni fa) e chi non ha (la grande maggioranza), risentimenti di classe e corporativi, storici (in Cile, la memoria dei crimini compiuti dalla dittatura di Pinochet ha frenato l’intervento di militari e carabineros) e circostanziali: c’è tutto questo, senza alcun dubbio, nelle cause e nei modi delle rivolte che -solo apparentemente all’improvviso- sconvolgono in questi ultimi giorni grandi centri urbani sudamericani. Contemporaneità, ampiezza e alto grado di omogeneità sociale della protesta ne marcano la novità. Fin qui gli osservatori, un po’ disorientati, appaiono tutti sostanzialmente d’accordo.

Anche perché se queste manifestazioni particolarmente violente ed estese di rifiuto alle politiche economiche colpiscono soprattutto governi di destra, non assolvono certo quelli di sinistra (entrambi carichi di populismi a maggiore o minore intensità). Poiché gli uni e gli altri, pur restando in via di principio lontani nelle rispettive politiche redistributive e di rispetto dei diritti umani, si trovano ad agire sostanzialmente all’interno del medesimo modello produttivo, imposto da un globalismo viziato dall’immediatismo dei criteri di profitto praticati dalle imprese. Che offusca quando non cancella del tutto gli orizzonti del futuro. Ciò che aiuta a capire i motivi per cui sono prevalentemente i giovani a scendere in piazza, sebbene sostenuti nelle retrovie dalle famiglie. Un fattore quest’ultimo da non trascurare, in quanto misura il radicamento della protesta.

C’è però anche un oscuro riflesso nichilista a far esplodere la protesta sociale nei saccheggi e negli incendi appiccati a shopping-center, stazioni della metropolitana, supermercati e a dozzine di autopubbliche e vetture private. Solo a Santiago del Cile, dove la rivolta ha provocato gli episodi più cruenti, ci sono stati 11 morti. Feriti e arrestati sono numerosissimi ovunque. Dalla capitale cilena a Quito, dove gli indios equadoriani hanno costretto il governo a revocare i tagli alla spesa pubblica e l’aumento del carburante; a Bogotà, la cui pace è insanguinata ancora dagli attentati dell’estrema destra; e nei centri urbani della Bolivia, che stanno calamitando gli scontri dei sostenitori del presidente Morales contro coloro che si oppongono alla sua volontà di perpetuarsi alla Presidenza. Anche nel mondo andino, caratterizzato dai comportamenti pacifici delle sue etnie originarie, sono i giovani ad appaiono alla ribalta.

Appare infatti innegabile ad ogni latitudine la spontanea inclinazione dei giovani per la modernizzazione, le tecnologie avanzate e più in generale per l’innovazione di ritmi e forme nella vita quotidiana, verso i suoi sempre più frequenti automatismi. Ma appare altrettanto evidente come siano proprio essi a patire la maggiore sottrazione di prospettiva, quando il loro naturale protagonismo generazionale viene di fatto sostituito dalla permanente e sempre più accelerata centralizzazione del macchinismo intelligente. Senza che siano in alcun modo associati ai crescenti profitti economici del processo produttivo. Il culto dell’innovazione in sé e per sè, privo delle avvertenze d’uso su chi può trarne benefici e chi invece può trovarsi a pagarne le controindicazioni (proprio come per i medicinali), nasconde la vera e concreta sostanza della questione, né più né meno.

Neppure i giovani insorti di Santiago, i più violenti e distruttivi di quest’ultime ondate di protesta sudamericana, hanno del resto innalzato il vessillo d’un nuovo luddismo (anche perché altrimenti avrebbero dovuto cominciare a gettare in terra e calpestare i telefoni cellulari che quasi tutti avevano in tasca). Sembra essere piuttosto una ricerca di identità la prima spinta che coniuga tutte le altre rivendicazioni in quelli risoluti a sottrarsi alla subordinazione burocratica delle aspirazioni personali, alla rassegnazione, per ultimo alla passività, per gettarsi alla ricerca di un protagonismo capace di rompere l’inerzia e motivarli nel profondo. Un prevalere dell’azione (fatalmente accompagnata da episodi di teppismo) sulla riflessione, che denuncia l’assenza di politiche sufficientemente inclusive specialmente nei loro confronti. Lo sciopero generale indetto in Cile malgrado l’esercito nelle strade e il coprifuoco, ci avverte che quei giovani non sono soli.

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