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La notte feroce di Primo Levi. ‘Se questo è un uomo’ di Valter Malosti al Teatro Franco Parenti di Milano

 

Un palco spoglio, postmoderno, ricoperto di un pavimento che appare fatto con lastre di ferro, una parete che lo chiude da un lato, un muro che intenzionalmente non ha un vera soluzione di continuità con il suolo. A obbligarci a considerare quella clausura inevitabile e quel muro infrangibile, sovrumano e smisurato, freddo metallo senza vita.

Improvvisamente si mostra l’attore recitante. Prima di lui l’atmosfera, nebbiosa, è pervasa da una musica dolce, da una voce suadente che canta come in una nenia un madrigale, scritto sulle poesie di Primo Levi da Carlo Boccadoro. Ma le parole sono tremende e introducono repentinamente al dolore, alla «notte feroce» che è la morte e lo sterminio, la fine del senso stesso di umanità.

Valter Malosti, protagonista di questo monologo e autore insieme a Domenico Scarpa, dell’adattamento del romanzo di Levi, si toglie subito l’imbarazzo di un testo complicato immergendosi nella propria parola. Seguendo il flusso della voce che da sola regge tutta la scena. Con un cappotto e una valigia, è il fantasma di tutti coloro che partirono per Auschwitz, saliti su un treno che non andava da nessuna parte, ma è anche simile ad ognuno di noi. Lui che si è salvato non ha bisogno di un costume per raccontarci l’orrore, anzi l’abito civile, ci costringe, una volta ancora, ad annientare le distanze. Noi saremmo potuti salire su quel vagone per calare nell’inferno svuotati della nostra volontà insieme a nostri simili e li avremmo persi, salutando in loro la nostra stessa vita.

Piano ci immergiamo nella sospensione della realtà che il Lager, dove tutto quello che accade fluttua tra l’essere e il non essere, impone. Il campo di stermino non è un luogo ma è la sospensione dell’umanità, è lo straniamento senza scampo.

Gli uomini sono messi contro gli uomini, e per Levi, ebreo non credente, non resta nemmeno la preghiera a cui comunque accenna nel prologo al suo romanzo per chiedere di ricordare.

I nazisti, le SS sono sempre fuori campo: di loro c’è solo l’effetto sugli internati, le urla disumane, gli ordini crudeli, meccanici, sicuri di chi, nascondendosi dietro la divisa di «grigio burocrate» − come scrive Hannah Arendt, autrice di un testo che sebbene assai diverso è al pari del romanzo di Levi tra i più alti tentativi di raccontare, se non proprio di comprendere, la Shoah − può vantare, come Eichmann appunto, la consapevolezza e la soddisfazione, è questa la parola che usa, di aver collaborato allo stermino, di avere sulla coscienza cinque milioni di ebrei.

Larve disumanizzate abitano la scena come lemuri. Sono non morti il cui agire è a metà tra l’umano e l’animale. Dell’umano hanno le sembianze ma non l’anima. Fino al degrado più intimo, fino alla negazione anche della resistenza. L’uomo è il tozzo di pane, è il caldo di una coperta ma è anche la lacerazione del risveglio, quell’urlo «Wstawac!», alzarsi, che scandisce i ritmo sempre uguale della vita alienante dei prigionieri. Prigionieri del Lager, prigionieri di se stessi.

L’impiccagione di un ribelle, il suo indifferente, per molti ma non per il narratore, penzolare dalla forca si fa metafora della sopravvivenza che infine premia con una specie di salvezza. O forse punisce con la stessa liberazione, imponendo di portare in sé tutta la sofferenza, che è immisurabile, anche di chi, tortogli il collo o morto di stenti ha potuto, per buona sorte, smettere di ricordare.

Con un ritmo lisergico Malosti avanza nel buio, mostrando uno sforzo sovrumano, attraverso un flusso di coscienza ininterrotto che elimina la distanza tra presente, passato e futuro, in un continuo rimestarsi di flash-back, cronaca stringente e profezia. Quando si spengono le luci per l’ultima volta, l’applauso, interminabile, è per lui, è per Primo Levi ma è soprattutto per chi ha avuto il coraggio di scavare nella notte immensa, ‘feroce’, scansando il dolore, immerso tra gli incubi, per imporci di ricordare, per merito di una voce alta, coerente, impietosa, algida, priva di una finta etica, la degradazione morale più inconcepibile, l’annientamento e l’obbligo, incoercibile, di domandarci se dopo tutto noi siamo ancora davvero uomini.

SE QUESTO E’ UN UOMO

dall’opera di Primo Levi (Giulio Einaudi Editore)
condensazione scenica a cura di Domenico Scarpa e Valter Malosti
uno spettacolo di Valter Malosti
in scena Valter Malosti
Antonio BertusiCamilla Sandri

scene Margherita Palli
luci Cesare Accetta
costumi Gianluca Sbicca
progetto sonoro G.U.P. Alcaro
tre madrigali (dall’opera poetica di Primo Levi) Carlo Boccadoro
video Luca Brinchi, Daniele Spanò

produzione TPE – Teatro Piemonte Europa / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale / Teatro di Roma – Teatro Nazionale

progetto realizzato in collaborazione con Centro Internazionale di Studi Primo Levi in occasione del 100°anniversario dalla nascita di Primo Levi (1919 –1987)

Al Teatro Franco Parenti di Milano fino al 20 ottobre 2019

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