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Un viaggio nella Sicilia-mondo: “Instrument Jam” della Compagnia Zappalà Danza per festeggiare la “Maturità”

 

Il marranzano di Puccio Castrogiovanni scava potentemente il buio: una notte densa che si slabbra in ciocche di luce mentre sette (prefiche?) si inoltrano con un incedere da processione. E’ un inizio? E’ una genesi – seppure ancora incerta – di un’isola potenzialmente rinnovata e ritrovata: la nostra. Quella su cui da anni insiste il progetto di “Remapping Sicilia” di Roberto Zappalà che con “Instrument Jam” ha inaugurato la stagione della “Maturità” dell’omonima Compagnia Danza, assemblando nello spazio performativo di Scenario Pubblico, gremito di pubblico, i tre “instrumenta” del progetto omonimo – marranzano, hang e tamburi – in un unico, vigoroso spettacolo, lungo il quale scandire la straordinaria dialettica corpo-strumento. Non certo un’autocelebrazione, quanto la consapevolezza di un disegno drammaturgico e coreografico – ideologico insomma – che da vent’anni continua ad articolarsi sulla “lunga durata”, capace di imporre una riflessione trasversale e stratificata sull’identità della Sicilia e dei siciliani, senza il fiato sul collo di nessuna “sicilitudine”: anzi con uno sguardo critico e costruttivo.

In un’aura arcaicizzante, racchiusa dentro una scena foderata di pizzo – la Sicilia come metafora del mondo, suggeriva una volta qualcuno – e in cui il ritmo implode in una sorta di cerimonia o di veglia funebre, i sette danzatori – Adriano Coletta, Alain El Sakhawi, Gaetano Montecasino, Roberto Provenzano, Antoine Roux-Briffaud, Fernando Roldan Ferrer e Salvatore Romania, dopo la “spoliazione” reale e virtuale, piegano la rappresentazione dal sacro del rito al sacro del mondo: e non senza un tocco di ironia. E allora, in quell’inizio – ritmi e strepiti dai loro corpi che sillabano una filastrocca – le voci e i respiri modellano e restituiscono le isole molteplici che sono la Sicilia in una singolare commistione di passato e presente, di luoghi comuni da esorcizzare e di speranze da mantenere: a noi stessi, sopratutto.  Nella tensione tra quelli che siamo stati costretti ad essere – da Vito Corleone a Michele Sindona – e quelli che vorremmo diventare – da Mandela a Chaplin – il lungo recitativo di Fernando Roldan Ferrer, quasi in forma di rap, conferma una mutevole e contraddittoria isola-moltitudine, pronta a manifestarsi e improvvisamente a scomparire.Nel secondo quadro – “La sofferenza del corpo” – i movimenti appaiono più asciutti, rastremati: eppure ora dolcemente sensuali ora spasmodici e violenti, quasi disarticolati, all’interno dei quali scagliare pose anche evocative e lontane, magari di una infanzia felice: è qui lo scarto verso quella “devozione” (altra parola mantrica nell’immaginario di Roberto Zappalà e di Nello Calabrò) che la figura di Sant’Agata, patrona di Catania, incarna nell’inimmaginabile sofferenza del suo corpo di martire, trasfigurata però – attraverso l’hang “celestiale” di Salvo Farruggio – in una dimensione di intangibile perfezione ed incorruttibilità. Ritorna invece la gravità ne “L’insostenibile pesantezza dell’essere”, terzo momento dello spettacolo: qui i tamburi di Peppe Di Mauro germinano, anch’essi dal vivo, sull’ossessiva texture del marranzano, innescando un ritmo coreografico nel quale voce e corpo, parola e suono diventano ansimo, postura inarticolata, contagio condiviso e tutto l’impasto coreografico segue convulsivamente i ritmi di ogni flatus in una sorta di mistica della patologia, cui allude il titolo dell’intera sequenza, e che punta, prima di disgregarsi nel silenzio, ad una chiusa quasi insostenibile: plurima, felicemente ibrida: universale “jam” di umanità che soffre ma che pure anela.

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