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XVIIa Giornata mondiale contro la pena di morte. Proseguiamo le azioni per scongiurarne l’applicazione

 
Con le iniziative odierne della XVII Giornata mondiale contro la pena di morte si apre un periodo di 50 giorni di azioni contro la pena capitale e per scongiurare esecuzioni nei paesi in cui questa lugubre sanzione è ancora in vigore. I dati parziali del 2019 ci parlano di un anno sostanzialmente uguale a quello precedente: la pena di morte è ostinatamente applicata in una manciata di stati (Cina, Iran, Iraq, Arabia Saudita), la tendenza abolizionista continua lentamente ad avanzare nonostante qua e là (Sri Lanka, Filippine) si provi a contrastarla.
Voglio soffermarmi su due questioni che, a mio avviso, meritano piena attenzione.
Sotto l’amministrazione Trump, negli Usa potrebbero riprendere le esecuzioni a livello federale. L’ultima esecuzione del genere è avvenuta nel 2003, 16 anni fa. Il calendario dei prossimi mesi segna ben quattro date d’esecuzione mentre una quinta esecuzione è stata provvisoriamente sospesa. C’è poi qualcosa che pone fortemente in discussione la politica abolizionista europea. In Iraq, proseguono le condanne a morte dei cosiddetti “foreign fighters”, cittadini dell’Unione europea che hanno deciso di seguire le sorti dello Stato islamico in Medio Oriente. Diversi di loro hanno passaporto francese.
La diplomazia di Parigi afferma che, se è legittimo che chi ha commesso reati in un paese sia processato in quel paese, si dovrebbe evitare la condanna a morte. Il problema è che il paese che processa è l’Iraq, in totale assenza di garanzie e con un grande desiderio di attivare il boia.
La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie ha contestato questo approccio “pilatesco” e vi sono denunce secondo le quali molti “foreign fighters” sarebbe stati prelevati nei territori curdi in Siria e trasferiti in Iraq, in spregio a qualsiasi garanzia o supervisione giudiziaria.
I curdi di Siria, per mesi, hanno chiesto l’istituzione di un tribunale internazionale per svolgere i processi nel loro territorio. Sarebbe stata la soluzione migliore per assicurare giustizia alle vittime.
Ma da ieri, come sappiamo, i curdi di Siria non hanno più strumenti per difendere la loro proposta. Devono difendere le loro vite.

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