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La Grande Depressione e l’inizio dell’orrore

 

Novantanni dalla Grande Depressione, quando in un tremendo giovedì di fine ottobre Wall Street crollò, portando l’America sull’orlo dell’abisso.

In tre anni, la perdita di posti di lavori fu impressionante, con i disoccupati che passarono dai tre milioni del ’30 ai quindici del ’33. Ci furono suicidi eccellenti, un crollo devastante dei consumi, episodi al contempo tragici e grotteschi come quello delle cinquanta persone che si picchiarono per contendersi un cassonetto della spazzatura in cui frugare in cerca di un po’ di cibo.

Il Wall Street Journal aveva esortato i cittadini a non preoccuparsi: “State calmi! Occorre riflettere serenamente. Date retta ai più grandi finanzieri d’America”. Il Paese si ritrovò sull’orlo dell’abisso, tanto che il presidente Hoover è passato alla storia come uno dei più fallimentari di tutti i tempi. Il presidente della Bethlehem Steel commentò: “Ho paura, tutti hanno paura”. Un’amara canzone recitava: “Mi dicevano che costruivo un sogno, / e così ho seguito la folla. / Quando bisognava lavorare la terra e imbracciare il fucile / io là, solo là, a giocare alla tombola”.

La Germania, anche a causa di quel disastro, finì nella spirale devastante che dalla Repubblica di Weimar la condusse dritta al nazismo. L’America, anche grazie alla sua più grande virtù, quella resilienza che ha sempre caratterizzato i momenti più tragici della sua epopea, si affidò, al contrario, al democratico Roosevelt, ex governatore dello stato di New York, il quale esordì, il 4 marzo 1933, pronunciando una frase che è passata alla storia: “Tutto ciò di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”.

Da una parte, nella fragile Europa, l’ascesa dei totalitarismi e della barbarie. Dall’altra, nell’America che aveva appena iniziato a vivere il suo secolo di gloria ed egemonia, l’applicazione del pensiero keynesiano, con il varo del New Deal e altre misure che riuscirono a condurla civilmente verso la rinascita.

L’America degli anni Venti era sprofondata in un’autentica guerra civile, economica e non solo: una nazione che veniva da un decennio di presidenze grigie e inconsistenti, straziata dalla corruzione, dalla violenza, dal proibizionismo e dal fallimento complessivo di un sistema ormai insostenibile.

Novant’anni e abbiamo ancora in mente la fotocopia di quel dramma, quando il 15 settembre 2008 fallì la Lehman Brothers e il mondo intero si accorse della fine del “Secolo americano” e dell’inizio dell’età dell’incertezza, del multipolarismo e di un mondo nel quale non avremmo più avuto punti di riferimento solidi, meno che mai quelli del Novecento.

Novant’anni e la stessa coincidenza: l’America che si affida al democratico Obama, soffre, crede in se stessa e alla fine rinasce e, all’opposto, un’Europa stanca, impaurita, incapace di reagire anche perché vittima di un’ideologia assurda e totalmente negativa chiamata austerità, avvelenata del liberismo che in America era nato e che da loro è stato accantonato da tutti i massimi pensatori economici mentre da noi ha ancora epigoni e cultori agguerriti.

Certo, nel 2016 è arrivato Trump, probabilmente in reazione all’obamismo: una presidenza orribile, frutto delle viscere dell’America profonda, di un paese in cui la ripresa, al pari della speranza, non ha raggiunto tutti i ceti sociali e la classe operaia della “Cinghia della ruggine” ha avvertito il rabbioso bisogno di punire una candidata anacronistica come Hillary Clinton. Tuttavia, in risposta a Trump, sono fortunatamente emersi i giovani socialisti come la Ocasio-Cortez, le minoranze in lotta come la somala Ilhan Omar e la palestinese del Michigan Rashida Tlaib, i ragazzi di Justice Democrats e Sunrise Movement e oggi i democratici possono contare su un dibattito di altissimo livello fra il socialista Sanders, la liberal Warren e una figura di rara competenza come la californiana Kamala Harris.

Da noi, a parte l’ascesa dei Verdi in Germania e movimenti che inducono a crederci ancora come Podemos e il municipalismo volto all’accoglienza della sindaca di Barcellona Ada Colau, poco o nulla.

Novant’anni e una lezione della storia che ancora non abbiamo imparato. Il che spiega, in gran parte, per quale motivo oggi l’Europa rischi di perdere se stessa.

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