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Giorgio Squinzi, il visionario che provò a cambiare Confindustria 

 
Addio a Giorgio Squinzi, scomparso a settantasei anni a causa di un brutto male, al termine di una vita intensa, appassionata e ricchissima di soddisfazioni. Era un industriale saggio, potremmo dire persino illuminato, lontano dal marchionnismo e dal suo internazionalismo volto a escludere l’Italia dal proprio orizzonte. Squinzi, al contrario, era un cosmopolita visionario, innamorato del proprio Pzese, della cultura e dello sport, tanto che ha arricchito sia il ciclismo con la Mapei che il calcio con il Sassuolo, portando la compagine emiliana in Serie A e trasformandola in una delle realtà più interessanti del campionato.
Certo, ha avuto il non piccolo difetto di risultare troppo generoso nei confronti di Renzi, contribuendo alla riuscita del Jobs Act e avallando una serie di politiche sbagliate e dannose, a cominciare dalla cancellazione dell’articolo 18, che hanno finito con l’indebolire sia i lavoratori e i sindacati che gli stessi industriali, già messi a dura prova dai cambiamenti repentini di un mondo che corre a velocità sempre maggiore e ulteriormente indeboliti dalla distruzione di ogni vincolo di solidarietà all’interno delle fabbriche. Qualcuno dirà che era proprio ciò che volevano e, in parte, purtroppo è vero. Tuttavia, dubito che un imprenditore del calibro di Squinzi, con una così ampia esperienza alle spalle e una tradizione familiare di tutto rispetto, non sapesse che l’aumento dello scontro fra le parti, il conflitto esasperato ed esasperante e un rapporto di lavoro fondato esclusivamente sulla paura e sul ricatto costituiscano per la nostra industria un pericolo non inferiore ai dazi di Trump e alla concorrenza disumana dei cinesi.
Diciamo, dunque, che in una fase di transizione, mentre la crisi faceva sentire tutto il proprio peso e nel bel mezzo di una tempesta politica senza precedenti, l’allora presidente di Confindustria ci ha provato. Chissà come sarebbe stata la sua avventura a viale dell’Astronomia se non avesse dovuto fare i conti con il populismo grillino e con quello renziano, con la fine di un mondo e con l’inizio di una nuova stagione colma di incognite. Ha provato, per un periodo, anche a dialogare con i sindacati, ottenendo la stima e la fiducia dei vertici ma, specie dopo il varo del Jobs Act, non quella delle rispettive basi. È stato, in sostanza, un presidente incompiuto, un imprenditore di primo livello che, giunto alla prova più importante della sua carriera, non è riuscito ad attuare, se non in parte, la propria piattaforma programmatica. Se ne è andato con garbo, lasciando una vasta e positiva eredità e il ricordo di un uomo perbene.

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