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Giornalismo sotto attacco, anche la nostra immagine conta

 

Nei ‘mala tempora’ che corrono, noi giornalisti stiamo prendendo sberle da tutte le parti. Quelle più serie sono naturalmente le minacce della criminalità organizzata e della ultradestra neofascista sdoganata dalla nuova classe politica. Seguono i discorsi d’odio e altre forme di delegittimazione dei soggetti e delle opinioni diverse. Prosperano inoltre varie altre forme di intimidazione, più sottili ma non meno efficaci nell’indurre meccanismi di autocensura nelle redazioni. È il caso di potenti gruppi di pressione che mettono all’indice giornalisti o articoli non in linea con il loro mainstream preferito, certi della propria impunità e pervasiva capacità di influenza. Infine, prospera anche la tendenza dei politici a bypassare i giornalisti e gli scomodi rituali democratici del contraddittorio, per rivolgersi direttamente al “popolo” –  un tempo i “cittadini” – con la demagogia dei tweet e delle dirette tribunizie su Facebook.

In questo scenario, e fermo restando il ruolo tanto più cruciale che sono chiamati a svolgere l’Ordine e il sindacato, che regole si possono dare i singoli giornalisti, nel loro operare quotidiano, per non farsi travolgere dalla deriva? Bastano le regole del buon giornalismo  o serve qualche accortezza supplementare? 

Anche considerato l’affanno dell’incessante inseguimento di internet in redazione, sicuramente non si può perdere di vista il faro di quelle regole: dal controllo alla citazione delle fonti fino al dar voce a quante più possibili parti in causa, distinguendo sempre chiaramente tra fatti e opinioni. Ma neutralità e buon giornalismo sono ancora sinonimi?  Interessante un’osservazione di  Jim Acosta, corrispondente “scomodo” della Cnn cui il presidente Trump ha fatto sospendere l’accredito, in una recente intervista all’Inkiesta (https://www.linkiesta.it/it/article/2019/07/31/jim-acosta-donald-trump/43043/) “Ovviamente come giornalisti, dobbiamo sforzarci di essere il più equi possibile – dice -. Ma non in tutti i casi. Per esempio quando ci sono suprematisti bianchi e neonazisti che marciano per le strade di Charlottesville, in Virginia, contro i manifestanti antirazzisti e dicono cose come: “Gli ebrei non ci rimpiazzeranno”. Lì c’è davvero poco spazio per la neutralità”.  Insomma, il giornalista sarebbe anche chiamato a difendere i principi fondanti di quella stessa democrazia da cui deriva il  diritto collettivo ad un’onesta informazione.

Di fronte all’arroganza di Trump e dei suoi emulatori nostrani nei confronti della stampa, di fronte alle pericolose derive cui assistiamo nel discorso pubblico e nella vita sociale, di fronte alle minacce e agli attacchi,  noi giornalisti non dobbiamo dunque scendere in trincea per difendere i pilastri della Costituzione e della nostra democrazia? Ma se lo facciamo, fino a che punto ci possiamo spingere per non apparire di parte, in uno scenario politico così polarizzato, e dunque meno credibili?

Personalmente ho sempre pensato che “giornalista” e “attivista” siano due parole che fanno a pugni. E che ci sia una sola battaglia in cui il giornalista si deve identificare: quella della libertà di informazione, per il pieno esercizio del diritto-dovere di informare, e della ricerca  onesta e multidirezionale della verità. Per questo ho abolito da tempo dal mio vocabolario il termine “regime”: lo considero poco “neutro” e molto “valutativo”. E conseguentemente nefasto per una corretta informazione, in quanto chi lo usa rivela un pregiudizio di partenza e rischia di mostrarsi, appunto, fazioso. Facciamo un esempio molto attuale. Per quanto poco scientifica possa essere questa ricerca, digitando su Google news le parole “regime iraniano” si ottengono circa 6,5 milioni di risultati, con “regime siriano” 110 mila  e con “regime saudita” 65 mila. Forse che la monarchia semi-assoluta che regna a Riad e ha ucciso il collega Khasoggi è più liberale della Repubblica Islamica dell’Iran? O la sua repressione del dissenso – di cui tanto poco si sa e si parla, del resto – è meno brutale di quella di Assad? Comunque si risponda a queste domande, resta il fatto che della non democraticità del sistema saudita (dove, per esempio, elezioni si svolgono solo a livello locale) si parla molto meno di quanto non si faccia delle pur vistose lacune democratiche della repubblica iraniana, dove  però ogni quattro anni uomini e donne si recano alle urne per votare il presidente e il parlamento – oppure, come ciclicamente accade, sono liberi di scegliere, per protesta, di non votare affatto. Eppure, per i giornalisti italiani, l’Iran è nella maggior parte dei casi un regime, mentre il reame del principe erede Mohammad Bin Salman – alleato di ferro di Trump – gode di appellativi meno scomodi.  Ma parlare di “regime” per la Siria di Assad e non per l’Arabia Saudita non ci fa forse smettere i panni del giornalista e indossare quelli dell’attivista di parte, nello scontro geopolitico mediorientale? 

E a proposito di panni, c’è da chiedersi se anche un certo grado di decoro non rientri nei nostri doveri professionali, tanto più di fronte alla volgarità ormai imperante nel linguaggio e nei comportamenti.  Come ci attendiamo che un procuratore della Repubblica, per esempio, entri in aula con abiti adeguati ad un rappresentante della Giustizia, non ha il dovere di vestirsi in modo sobrio anche chi esercita, per conto dei cittadini e protetto dall’Articolo 21 della Costituzione, il diritto-dovere di Informare? 

Oppure, nel caso si tratti di una collega donna, non ha forse anche lei il dovere di svolgere il suo lavoro vestendo sobriamente, evitando magari atteggiamenti che alludano alle sue attrattive fisiche e potenzialmente sessuali? Nel rispetto così non solo della nostra professione, ma anche della propria stessa intelligenza, competenza e dignità di persona?  Presumibilmente infatti a fare quel lavoro ci è arrivata mettendo in gioco solo le sue qualità professionali, scalando montagne per crescere in un mestiere che, almeno ai livelli gerarchici più alti, è tuttora dominato dagli uomini.  Ma se davvero così è stato, non dovrebbe forse tanto più evitare che siano i suoi attributi fisici a saltare agli occhi per primi? Nel rispetto anche delle decennali battaglie delle donne, proprio quelle battaglie che le hanno permesso di raggiungere ora i suoi traguardi professionali?

Infine, i criteri che forse dovremmo adottare anche per le nostre pagine sui social. Se un giornalista ha un ruolo e una visibilità pubblica, non diventano inevitabilmente tali anche le sue pagine Facebook e Istagram? E se su quegli account sono tollerabili qualche immagine o spigolatura privata in più, non dovremmo comunque sempre attenerci a quegli atteggiamenti ed a quel linguaggio misurati cui siamo chiamati nel nostro lavoro? E ancora nel caso siamo donne, non dovremmo anche evitare commistioni tra la nostra immagine professionale e quella privata, tanto più se amiamo le pose sexy o allusive,  che tanto fanno pensare alla donna-oggetto? Altrimenti, se proprio ci teniamo così tanto, facciamoci un account fake da condividere solo con gli amici. Visto che di fake ormai è pieno il mondo, quello almeno non farebbe altri danni. Almeno al nostro mestiere. #anchelimmagineconta

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