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Una nuova Chance contro le mafie: Don Ciotti in visita a Londra. Intervista al presidente di Libera

 

Quando si parla di antimafia, l’immaginario collettivo tende ad accostare pochi grandi nomi a determinati luoghi e periodi storici, rischiando di confinare una battaglia che dovrebbe essere comune ad individuale sacrificio di pochi sfortunati eletti. In Italia, tuttavia, da oltre un ventennio, Libera – nata per volontà di un sacerdote e formata da centinaia di organismi locali e nazionali – agisce quotidianamente sul terreno della lotta alle mafie ed alla corruzione. Negli anni il nome di Libera e quello di Don Ciotti si sono così intrecciati da esser ormai intercambiabili: si finisce ad identificare l’uno con l’altro. Una risonanza dettata dalle azioni concrete che hanno cambiato il corso della storia del nostro Paese con le leggi, i campi di formazione, la nascita delle cooperative.

Un impegno che esce dai confini nazionali e risuona forte fino a Londra dove, in una calda serata di fine giugno, Don Ciotti è ospite di un evento all’Istituto Italiano di Cultura assieme all’attivista locale di Libera Davide Palmisano. Lo scopo è quello di rilanciare un gruppo di persone impegnate localmente in sinergia con la rete europea CHANCE – Civil Hub Against orgaNised Crime in Europe, con la quale si mira ad attivare un dibattito sulla criminalità associata a livello transnazionale. L’agenda CHANCE, composta da 15 punti, prevede fra gli altri una nuova definizione comune di crimine organizzato, la promozione dell’uso pubblico dei beni confiscati, il rafforzamento della protezione alle vittime di mafia ed un punto particolare dedicato a proteggere il ruolo di testimoni, whistle-blower e giornalisti.

Incontro Don Ciotti qualche ora prima della serata per una breve intervista; la passione e la forza delle sue parole, della sua esperienza e delle sue azioni è coinvolgente.

Don Luigi, grazie intanto di esser qui a Londra. Comincerei a ritroso dai Suoi inizi in Piemonte e dalla costante della Sua vita: la difesa degli ultimi e dei più deboli. Già nel 1965 Lei fonda il Gruppo Abele, primo centro per tossicodipendenti, quando lo stigma che colpisce queste persone è più forte che mai. E così continua poi con la LILA in anni in cui l’informazione sull’Aids scarseggia ed il pregiudizio alimenta un clima di paura. Tre anni dopo le stragi del ’92 nasce Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie che in 24 anni ha combattuto moltissime battaglie: dalla Legge 109/1996 sulla destinazione e gestione dei beni confiscati fino alla richiesta di modifica del 416 ter del codice penale. Alla base di una vita trascorsa per strada fra la gente e non canonicamente fra le mura di una parrocchia, cosa ha segnato particolarmente il suo percorso?
Per me è stato molto importante il Noi, che è una necessità vitale per la società, e non il monologo dell’Io. Nel corso della mia vita ho avuto come punto di riferimento il Vangelo e la Costituzione Italiana: mi piace, infatti, poter dire che c’è molta “politica” nel Vangelo quando annuncia soprusi, violenze, ipocrisie, ma c’è anche molto Vangelo nella Costituzione laddove stabilisce l’uguaglianza. Ed è bene ricordare, in questo momento storico in cui viene tradita, che la nostra Costituzione è nata come risposta all’oppressione del fascismo, alla ignoranza e crudeltà delle leggi razziali e delle tragedie della guerra. E siamo noi, non io o tu, chiamati a tutelarla.
Penso allora che i poveri e gli ultimi, proprio quelle persone che fanno sinceramente più fatica, siano stati i miei maestri e che abbiano cambiato loro positivamente la mia vita. Durante alcuni momenti di fatica e di amarezza, invece, ho capito che la strada è ancora lunga e in salita. Ma bisogna tutti collaborare, con corresponsabilità.

Ecco, a proposito di cooperazione fra i vari livelli della società, ogni Sua battaglia ha avuto come perno l’educazione e l’informazione. Un’antimafia che non è solo contrasto ai giochi criminali mafiosi, ma che serve a portare giustizia sociale, culturale e persino economica nel nostro Paese. Quanto bisogno c’è, secondo Lei, di antimafia sociale oggi, nel 2019, in Italia?
Dobbiamo dirci con chiarezza che antimafia oggi è una parola abusata. L’antimafia vera è un premio di coscienza, di responsabilità e di impegno; non è una carta di identità che uno può tirare fuori a seconda delle circostanze. È una parola delicata che deve esser riempita di contenuti. Per questo motivo, tutta la società ha bisogno di informazione e percorsi educativi che risveglino le coscienze. E bisogna farlo soprattutto oggi che si tocca con mano un’emorragia di umanità, ma anche tanta emorragia di memoria.

Che strumenti ha a disposizione la società civile allora per contrastare le mafie?
Le mafie trovano terreno fertile in una società disuguale, fragile e culturalmente depressa che non offre servizi, che manca di opportunità, che calpesta i diritti. Un’antimafia sociale deve svilupparsi su tre livelli di intervento: innanzitutto, potenziando ed affinando la risposta investigativa e giudiziaria. In secondo luogo, rendendo con l’informazione le persone consapevoli degli effetti delle mafie e della corruzione sulla vita civile, sulle libertà, sui diritti e sulla democrazia. Tuttavia, perché questa lotta alle mafie vada a buon fine servono lavoro, scuola, servizi sociali, una società più fedele alla Costituzione, ma anzitutto un risveglio delle coscienze e una maggiore responsabilità di ciascuno di noi.
Le mafie sono difficili da sconfiggere perché si insidiano nella realtà quotidiana delle persone succhiandone a poco a poco le risorse e le energie. Una società forte è quella che accoglie e riconosce la fragilità degli altri; mentre una società che si chiude, innalza i muri e respinge migranti, poveri e diversi, una società che nega problemi scomodi come la presenza criminale mafiosa è una società che allontana la fragilità degli altri per non riconoscere la propria. La storia ci ha insegnato che non basta commuoversi quando ci sono le grandi stragi; bisogna muoverci di più tutti in un orizzonte di quotidianità e non di eccezionalità. Non basta appiccicare i nomi sulle lapidi, farci monumenti, se quei nomi poi non li scriviamo nelle nostre coscienze e se quei nomi non graffiano un po’ la nostra vita. Rischiamo, altrimenti, che l’antimafia diventi una ritualità fine a se stessa.

Se la lotta alle mafie ed alla corruzione è fondamentale per il nostro Paese, come mai – e penso soprattutto dal secondo dopoguerra in poi – nessuna forza politica ne ha fatto obiettivo prioritario?
Anche qui abbiamo il dovere di non generalizzare e di riconoscere le cose buone che ci sono state e che ci sono, come il sacrificio di molti. Ma nonostante le buone leggi, queste devono esser migliorate in quanto regole opache e ambigue sono i varchi attraverso cui i mafiosi si fanno strada. È da 163 anni che noi parliamo di mafia nel nostro Paese e quindi dobbiamo avere l’umiltà di interrogarci sul perché la volontà politica nello sconfiggerla non sia stata così forte.

Vorrei adesso esaminare la dimensione internazionale del contrasto al fenomeno mafioso, intrapresa dapprima con Libera Internazionale ed ora anche con CHANCE. Lei oggi si trova a Londra, la città più multiculturale d’Europa e casa ormai di migliaia di italiani. Una città che ultimamente balza in prima pagina per criminalità giovanile, riciclaggio di denaro sporco, corruzione finanziaria. Alla luce di tutto ciò, quanto è importante uscire fuori dagli stereotipi che relegano le mafie a mero fenomeno italiano? E quanto conta, quindi, informare l’Europa in primis dell’urgenza di intervento?
Beh, in tutta Europa manca consapevolezza e lo si vede dal linguaggio: non si usa mai apertamente la parola mafia. Si tende poi ad agire in modo repressivo, dimenticando l’importanza sia delle misure preventive che dei percorsi educativi alle forze dell’ordine, alle scuole. Secondo il rapporto SOCTA dell’Europol del 2017, nei 28 Paesi membri dell’Unione Europea vi sono circa cinquemila organizzazioni criminali sotto indagine; ma quello che davvero impressiona è che di esse 7 su 10 operano in più di uno Stato europeo. Bisognerebbe allora, come richiediamo con CHANCE, partire da una ridefinizione di mafie e di crimine organizzato; e poi, anche, rivedere istituti quali la confisca dei beni perché quello che terrorizza le mafie è vedere i loro frutti portati via. Dal canto loro, invece, le mafie italiane sono cambiate, non sono più quelle che la stragrande maggioranza della gente identifica nelle stragi del ’92; oggi sono più raffinate e più intelligenti dal punto di vista tecnologico e finanziario, trovando così terreno fertile in città come Londra.

Un’ultima domanda: avendo lavorato a fianco di molti giovani, come vede il futuro? Lo vede libero dall’odio, dalle mafie, dalla corruzione o è ancora troppo lontana la luce in fondo al tunnel?
C’è ancora molta strada da fare! Per esempio, a livello internazionale, le direttive europee sono ancora insufficienti ma certamente rappresentano dei buoni passi in avanti. In Italia, invece, io vedo tre grandi povertà: i migranti, i poveri ed i giovani. Questi ultimi poi sono lasciati soli perché è una società che si preoccupa di loro ma non se ne occupa. Una società che si sta suicidando, che non investe e crede nel suo futuro, che non si cura della propria storia.

Un paio d’ore dopo il termine della nostra intervista, circa 200 persone di diversa nazionalità affollano l’Istituto Italiano di Cultura per ascoltare da Don Ciotti la sua storia fatta di costante impegno civile sul terreno della lotta alle mafie e della difesa degli ultimi perché, come egli stesso poi ricorderà, “la legalità è lo strumento ma la giustizia è il fine”.

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