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In fuga per la Vita

 

“Voglio essere padrone della mia vita, voglio essere leader del mio futuro” , in due frasi semplici e dirette Wambobo mi spiega il senso del viaggio di un rifugiato. È un ragazzo giovane, ben vestito ed elegante, con denti bianchissimi e occhi fieri. Ė seduto su una panca di legno in uno dei centri di ascolto per rifugiati a Niamey gestito dal governo del Niger e coordinato dall’ Agenzia Onu per i Rifugiati.  Wambobo è scappato dalla Repubblica Centro Africana con il padre, cameraman del destituito presidente della Repubblica e per questo perseguitato dal nuovo governo. Lui è finito il Niger, il padre rifugiato in Congo. Accanto a lui due donne velate e un uomo di mezza età con un turbante e due occhi che sembrano disegnati.  Sono Tuareg fuggiti dai villaggi del Mali uno dei paesi intorno al Niger colpiti dal terrorismo islamista che si sta allargando a macchia d’olio in tutta la fascia del Sahel. Anche per loro la sintesi della migrazione forzata è quella di trovare un luogo dove poter decidere della propria vita senza dover fare ogni giorno i conti con chi ti deruba, ti violenta, ti umilia.

Wambobo e i Tuareg incontrati in Niger sono una milionesima parte delle 70 milioni di persone che nel 2018 sono state costrette a fuggire dalla loro terra. Un numero impressionante di popoli in fuga per sopravvivere. Numeri che aumentano invece di diminuire. Nel 2017 erano 65 milioni, l’anno precedente 60. Questo vuol dire che la tendenza è in costante aumento: non solo a causa di guerre, faide e persecuzioni ma anche a causa di carestie e povertà.  E questo vuol dire che le politiche di innalzamento dei muri eretti per difendere i confini dei paesi più ricchi, non sono certo servite a bloccare i flussi ma a difendersi momentaneamente e apparentemente da chi chiede aiuto.
In realtà sembra siano i paesi meno ricchi ad accogliere di più. Basti pensare che il Niger, tra i più  poveri al mondo, accoglie più di 350.000 tra richiedenti asilo e rifugiati che si spingono dai paesi limitrofi poverissimi come il Burkina Faso o tormentato dal terrorismo come la Nigeria devastata dai Boko Haram, o come il Mali dove sono quotidiani gli attacchi ai civili da parte di nuove milizie jihadiste di quello che chiamano il nuovo Isis del Grande Sahara. In Niger dove si guadagna in media circa 50/60 euro al mese, molti di questi rifugiati hanno anche trovato lavoro che – seppure modesto – gli consente di sopravvivere.

Altri invece tornano indietro dopo essere stati in Libia, dopo averne vissuto gli orrori e aver deciso che non valeva la pena restare a morire lì sperando di arrivare un giorno in Europa. Qualcuno  è riuscito a scappare, altri sono sfati evacuati dall’Unhcr e portati in centri di accoglienza dopo essere stati evacuati. Dalla Libia l’Agenzia Onu spera di poter strappare almeno altre 3.000 persone trattenute nei centri di detenzione in condizioni disumane.
In questi anni ho ascoltato talmente tante di quelle storie di rifugiati da non saper da dove cominciare. Di certo c’è che tutte le storie ascoltate, tutte quelle viste in prima persona mi hanno resa consapevole di una sola certezza: chi lascia tutto per affrontare un viaggio lo fa mettendoci sopra un’ ipoteca sulla vita, lo fa solo perché non ha altra scelta. Un padre siriano che porta per mesi moglie e figli lontano  dalla sua Aleppo vendendo tutto quello che ha per pagarsi il viaggio, lo fa perché non ha scelta, pur sapendo che uno di quei figli sulla barca potrebbe perdere la vita. Ed è così che succede a quel padre quando il barcone si inclina e il bambino più piccolo, quello di due anni gli si stacca dalle mani e affonda davanti ai suoi occhi in mezzo al mare nero che se lo porta via per sempre. Quel padre la notte che sbarcò ad Augusta mi strinse il braccio chiedendomi disperato se c’era una sola possibilità di recuperare almeno il corpo del figlio per poterlo seppellire. Sapeva perfettamente che non lo avrebbe mai più riavuto quel corpo ma voleva condividere con me, con una giornalista con in mano un microfono e una telecamera la seguito, il suo dolore.

Fu allora che mi chiesi: quale padre, quale madre, quale giovane di belle speranze, affronterebbe mai un viaggio simile se non fosse costretto a farlo?
“Non sono io che ho scelto. Se fosse per me io tornerei a casa mia. Ma non ho più una casa, non più nessuno”. Quante volte l’ho sentito dire a chi scendeva dai barconi provenienti dalla Libia, a chi era arrivato dall’Afghanistan , dall’Iraq, dal Kurdistan, dal Pakistan, alcuni attaccati per giorni ai telai sotto i camion che attraversano prima la Turchia, poi la Grecia. È così per chi lascia il Sud America verso il nord. Così come lo è stato per i milioni di Italiani scappati durante la guerra.
Chi parte, insomma, non ha scelta per questo non si fermerà di fronte ai muri reali o virtuali messi anche da chi le crisi in quei paesi le ha provocate direttamente o indirettamente.
Mentre si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato con i nuovi 5 milioni in più rispetto all’anno scorso, a Lampedusa sbarcano ancora in autonomia 53 persone su due imbarcazioni. 45 subsahariani partiti dalla Libia e altri 8 presumibilmente partiti dalla Tunisia. Sono anni che va avanti così e non li ha mai fermati nessuno.

Eppure, mentre 53 sbarcano senza alcun problema, la Sea Watch3 pendula da giorni a poche miglia davanti l’isola delle Pelagie: ma quella è una nave umanitaria la cui colpa è di aver sfidato il governo italiano che ha deciso di impedire l’ingresso a chi si macchia di solidarietà, instillando il sospetto che la solidarietà sia complice dei trafficanti di esseri umani. I quali, nel frattempo, continuano a mettere la loro merce in mare, a farla viaggiare dentro ai camion o attaccata ai loro telai, a farla volare in aereo con documenti o visti falsi e con qualsiasi altro illecito mezzo. Tanto qualcuno prima o poi arriva e forse, grazie a quel che resta della solidarietà e della buona accoglienza, alla fine ce la fa.

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