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“Fedeltà” – di Marco Missiroli

 

Il triangolo amoroso diventa un quadrilatero; e il classico simbolo dell’infedeltà coniugale, per sua natura asimmetrico, si sistema dentro una figura geometrica regolare di perfetta simmetria, nella quale i personaggi si tradiscono senza davvero tradirsi. O forse anche il contrario; lo scrittore preferisce trattenersi sul margine di una verità sfuggente, attraendoci nel rondò di una giovane coppia milanese, ai tempi nostri. E sceglie un doppio scenario di fragrante attualità, non soltanto per il tema, i vezzi, i miti, i linguaggi, ma per quegli accenni alla cronaca che concorrono a comporre lo sfondo: da un lato la Milano rifiorita dopo l’Expo, dall’altro Rimini col suo cinema Fulgor restituito alla memoria felliniana, il mare, la bruma, il Ponte di Tiberio, Borgo San Giuliano, Piazza Tre Martiri, e più in là il negozio di Ferramenta e Casalinghi Casadei, in Largo Bordoni, dove si è rifugiata un po’ ammaccata la giovanissima Sofia.

Nell’arco di poco più di un decennio un’ingegnosa ragnatela capace di velare mostrando, ci permette di scorgere gli avvenimenti spiando attraverso le sue impalpabili maglie e di emozionarci per protagonisti e comprimari che si contendono autorevolmente la scena.

Carlo, figlio di buona famiglia (il padre è un influente luminare della medicina) vorrebbe diventare scrittore, ma in attesa dell’estro (che, come spiegava Einstein è solo per il 10% inspiration, essendo per il restante  90%  transpiration, cioè sudore, applicazione, fatica) si ricicla a creativo d’agenzia, compone testi da copywriter, presta la sua opera come redattore di guide turistiche e infine, ma con maggiore soddisfazione, svolge all’università, con contratto da precario, un corso di scrittura creativa. E’ innamorato di sua moglie Margherita, insieme alla quale sta per compiere un passo importante, accollarsi un mutuo oneroso per l’acquisto di un appartamento di lusso in corso Concordia. La coppia ingrandisce la loro casa, si sistema seguendo i giusti canoni; un cappio, ma ben accetto, grazie al legame forte, appassionato, che li unisce, e che purtuttavia non impedisce al giovanotto di perdere la bussola per una sua studentessa di ventidue anni. Capita. “Sofia si era presentata tra gli ultimi, in jeans chiari e un paio di stivaletti. Aveva scelto il banco in terza fila e aveva acceso il computer”. Capita anche che lui appoggiandole una mano alla schiena e poi facendola risalire come nulla fosse fino alla nuca, finga poi goffamente di scusarsi, sentendosi rispondere: “E di che cosa”. Uno stiletto che affonda imprevisto nel suo cuore di panna.

Il giovane professore precipita senza riparo dentro un classico tranello della vita, come la fiera in caccia che non vede la buca assassina coperta di foglie e fragili canne. Capita, ancora e sempre, che il protagonista si ritrovi abbracciato alla ragazzina sul pavimento dei bagni femminili dell’università, e venga adocchiato da un alunno indiscreto che spiffera tutto. Sarebbe scandalo, anatema, dannazione, se i due non concordassero a tempo una versione sostenibile in grado di mettere a tacere ogni accusa: la studentessa era caduta a terra per un improvviso mancamento, lui aveva sentito il tonfo ed era accorso per rialzarla, a recarle aiuto. Le gerarchie accettano senza battere ciglio, non c’è ragione per aprire un’inchiesta e, al contrario dello sfortunato protagonista del romanzo di John M. Coetzee, “Vergogna” (citato nel libro), non subirà conseguenze. Carlo, inquieto e spaventato, a scanso di equivoci continua a ripetere in ogni sede la sua virtuosa verità, soprattutto per preservare la legittima consorte e non infliggerle le spine acuminate del dubbio. Ma noi sappiamo che le cose non stanno così: “L’entrata nella toelette delle donne – lo aveva condotto lei o era stato lui? -, l’abbraccio maldestro – davvero così maldestro? -, i respiri contenuti a fatica, lei che dice Non possiamo e si preme a lui, e le bocche, ancora le bocche, poi il corpo di lei che si affloscia”. Il protagonista salva la faccia ma perde la ragazzina che, sentendosi rinnegata, per quanto attratta da lui continua a sfuggirgli, non risponde alle sue molteplici richieste di incontro, lasciandogli in petto una voragine che si allarga per qualcosa di inconcluso: “Più raccoglieva mutismi e più diventava incontinente. Il sedere di Sofia Casadei liberato dai jeans, bianco e sproporzionato, il ventre piatto fino al pube, come doveva essere piccolo il sesso e come doveva essere accogliente”. Sofia prima di lasciare l’università e tornare a Rimini, ha scritto e consegnato al professore il suo ultimo componimento del corso: “Come stanno le cose”.

Dal canto suo Margherita, la moglie tradita senza essere tradita, sta sperimentando un’ambiguità non meno pericolosa nei confronti del suo fisioterapista, un ragazzo più giovane e assai prestante, al quale si è affidata per un dolore nella parte interna della coscia, certamente una tendinite adduttoria, che prende origine dall’inguine e si propaga fino al ginocchio; un’infiammazione che non le dà tregua e diventa ogni giorno più debilitante. Il massaggio sembra recarle beneficio, ma la manipolazione parte da un punto terribilmente delicato, e basta un nulla per trasformarsi in qualcosa di altro genere: “Margherita lo sentì avvicinarsi all’inguine senza fretta, arpionando il tendine centimetro per centimetro. Si concesse di immaginare come Andrea sarebbe stato a letto. Brutale forse, inesperto probabilmente. Per un attimo considerò i due appartamenti vuoti dove avrebbe potuto portarlo.” La giovane donna è socia di una agenzia immobiliare, e fantasticando finisce per trasformare il suo turbamento segreto in un’intrattenibile indecente infatuazione. Il fisioterapista, inappuntabile nel suo mestiere, non permetterebbe mai alle dita di prendersi libertà non concesse (come succede ai suoi colleghi con le pazienti più bellocce); lui è concentrato unicamente sul lavoro, ma la radice da cui si diparte il dolore, la ricerca esatta del punto, è un passaggio obbligato, ineludibile: “Quando avvertì il blocco, affondò. La sentì gemere come nelle prime sedute, era un mugolio e non un grido, Abbi pazienza, le disse, e pestò una seconda volta per riascoltare quel gemito che sapeva d’altro”.  Quanto riuscirà ancora a resistere a quei massaggi; e poi, vuole proprio resistere? Margherita ripensa a Carlo e Sofia abbarbicati sul pavimento del bagno all’università; cosa stava facendo suo marito alla ragazzina, è proprio tutto come sostiene lui, o c’è dell’altro che deve sapere? Si sofferma su quella sensazione di dolore come quando il dito indugia su una ecchimosi provocando un morboso piacere. “Lividi sull’anima” li aveva chiamati François Sagan.

E Adrea, per quanto indiscutibilmente professionale, sembra talmente disponibile, così sollecito nei suoi confronti. Tuttavia presto verrà a scoprire, e noi con lei, quali segreti innominabili nasconde dietro la sua faccia pulita da bravo ragazzo; di nuovo un’atroce mescolanza di dolore e piacere in nome dei quali il terapista tradisce chi gli vive accanto. Altre trasgressioni ci sono nel romanzo, imprevedibili, con al centro regolarmente la fedeltà di coppia, ma non soltanto. I personaggi della vicenda, attorno ai protagonisti Carlo e Margherita, rilanciano continuamente questo concetto sfuggente, ognuno per sé stesso, aderendo al proprio vissuto. Anche la madre di Margherita, Anna, rimasta vedova del marito, adorato in un patto indissolubile, ne scopre dopo la scomparsa una protratta infedeltà. Per mestiere ha sempre fatto la sarta, confezionava abiti per signore facoltose, riversando nel lavoro la perizia, la serietà, la passione dell’artigiano di razza. Una sera tardi, una nobildonna dell’altissima società si rivolge a lei con un problema impellente: l’abito di Yves Saint Laurent che deve indossare da lì a due ore per una serata di gala si è strappato su un fianco impigliandosi nella gruccia. Qualcuno le ha detto che solo lei, in tutta Milano, possiede il talento per mettere le mani su quel capolavoro della haute couture. E Anna umilmente accetta, si mette all’opera, mentre la grande auto nera attende in strada con dentro uno dei nomi più leggendari dell’industria e della mondanità internazionale. L’abito torna come nuovo, la nobildonna potrà recarsi alla sua festa. Ad Anna mettono in mano una busta ricolma di soldi, ma per lei vale tanto di più ciò che è stato scritto nel biglietto che la accompagna: “Per la sua gentilezza e per la sua arte, grazie. Anche a nome di Saint Laurent. M.A.”.

Dichiarava Fellini in una frase diventata famosa: “L’unica possibile fedeltà è a sé stessi”. Il suo “alter ego” Guido, protagonista di Otto e mezzo, il capolavoro dei capolavori, proprio nel finale del film percepisce in un soprassalto di felicità quanto sia importante non tradire la propria natura. Parlando tra sé si confessa allo stesso tempo anche alla moglie, Luisa, che lo ascolta in silenzio, in piedi accanto al finestrino aperto della macchina: “Ma questa confusione sono io, io come sono non come vorrei essere, e non mi fa più paura; dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato, solo così mi sento vivo e posso guardare i tuoi occhi fedeli senza vergogna. E’ una festa la vita, viviamola insieme. Non so dirti altro Luisa, né a te né agli altri; accettami così come sono se puoi, è l’unico modo per tentare di trovarci.”

Mi chiedo se Marco Missiroli quando si accingeva a scrivere Fedeltà, questo suo intenso, malioso, e leggerissimo romanzo, abbia avuto davanti agli occhi o nel cuore quella sequenza di Fellini.

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