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Sergio Castellari: un suicidio con troppi “perché?”

 

Era un giovedì il 25 febbraio 1993, quando il suo corpo fu rinvenuto su una collina in località Monte Corvino, poco fuori Sacrofano, a trenta chilometri da Roma. Lui, Sergio Castellari, sessantuno anni, dal 1981 al 1992 direttore generale dell’allora Ministero delle Partecipazioni Statali, separato e due figli, da una settimana aveva fatto perdere le sue tracce.

Era scomparso il 18 febbraio, dopo una notte trascorsa a casa di un amico, un colloquio di pochi minuti al mattino con l’onorevole Giulio Andreotti e prima di andare a parlare, assieme ai suoi avvocati, con i magistrati della Procura di Roma, che nei giorni precedenti gli avevano notificato un avviso di garanzia per violazione della pubblica custodia di cose. Nella sua lussuosa villa, teatro di cene e ricevimenti ai quali partecipavano anche illustri papaveri socialisti (forse meglio definirli “garofani”…), erano stati sequestrati documenti che, secondo l’accusa, sarebbero dovuti stare negli archivi del ministero. Si trattava però di copie, poiché Castellari non aveva sottratto alcun originale. Il provvedimento rientrava nelle indagini sulla “maxi-tangente Enimont”, la madre di tutte le tangenti, la prova più eclatante della corruzione tra sistema politico e ceto imprenditoriale, da un anno scoperchiata dall’azione giudiziaria del “pool” di Milano per quell’inchiesta passata alla storia come “Mani Pulite”.

Quelle carte però – secondo gli organi d’informazione dell’epoca – raccontavano anche di forniture di materiale nucleare dell’Italia all’Iran, in guerra con l’Iraq, tramite una triangolazione con l’allora Germania Occidentale. O di come superare problematiche inerenti l’embargo verso le nazioni coinvolte in conflitti bellici. Informazioni più che rilevanti, informazioni che forse era meglio rimanessero in apnea, informazioni più che sufficienti perché la storia di questo alto burocrate di Stato continui a esser preda di banchi di nebbia mai diradati anche dopo ventisei anni. Una storia che vale la pena ricordare. Per non perdere la speranza di verità e perché quella pagina, dalle ambiguità analoghe a tante altre dell’Italia Repubblicana, precedette di pochi mesi quelle di altri due alti protagonisti, anche loro coinvolti nella vicenda Enimont e anche loro deceduti in circostanze mai del tutto chiarite: Gabriele Cagliari, presidente dell’ENI, e Raul Gardini, imprenditore già alla guida della Montedison.

Nell’agosto 1998 per il fascicolo sulla morte di Castellari fu chiesta l’archiviazione, poi accolta, “essendo ragionevolmente fondata la natura suicidaria”. In pratica, stravolto dalle indagini nei suoi confronti e terrorizzato dall’idea di finire in carcere, l’uomo avrebbe trovato il coraggio per l’ultimo, drammatico, gesto: prese la pistola che aveva con sé, raggiunse la collina, bevve mezza bottiglia di whisky e decise di farla finita con un colpo alla testa.

Ma, come nei migliori “gialli”, è proprio la scena del delitto a sollevare domande a loro volta “apriti sesamo” di altri interrogativi. A partire dal ritrovamento del cadavere del manager, avvenuto quarantott’ore dopo l’inizio delle ricerche (perché la famiglia aspettò così tanto per la denuncia?) e a poche centinaia di metri dalla sua abitazione, in una zona a cielo aperto già sorvolata dall’elicottero della polizia. Possibile che non lo avesse visto? E fu altrettanto possibile che la vettura di Castellari, parcheggiata all’inizio di una strada sterrata e visibile dalla finestra del bagno di casa, non l’avesse notata nessuno prima del nipote Andrea, sceso in quei giorni da Milano?

La salita verso la collina è un altro sentiero di “perché?”. Perché la suola delle scarpe di Castellari era come nuova, senza tracce di terra all’interno, se il corpo si trovava su un terreno molle, solitamente coltivato a grano e oggetto in quei giorni di forti piogge? Se il dirigente era da solo al momento dello sparo, perché ai suoi piedi c’era un mozzicone di sigaretta sul quale fu accertata la presenza di dna femminile? E come mai la bottiglia del whisky era priva d’impronte digitali? Ma non solo: come faceva a essere rimasta in piedi, per una settimana, se insieme alla pioggia infuriarono raffiche di vento vicine ai 100 km/h?

Più ci si sposta sulla salma, più il mistero provoca un forte senso di vertigine. La pistola aveva il cane rialzato, come se fosse stata caricata per esplodere un altro colpo. Ma uno che si è appena sparato alla testa, come può compiere un’azione simile? Come può riporre l’arma nella cintola dei pantaloni? E può non avere i vestiti imbrattati di sangue? Infine, perché non fu mai ritrovato il proiettile fatale? Complessa, al limite dell’impossibile, anche l’identificazione. Assenti i polpastrelli delle mani, come mozzati. Deturpato, pressoché irriconoscibile, il volto, in larga parte scarnificato. Si disse per colpa della macrofauna locale (cinghiali, maiali selvatici) che però, a parte l’assenza d’impronte sul terreno, perché non fagocitarono anche il resto del corpo e i vestiti?

Castellari fu riconosciuto dai documenti che aveva con sé, dall’orologio e dall’arcata dentale. Però perché da casa sua era sparito il passaporto? E perché erano state distrutte quasi tutte le sue fotografie? Se addirittura c’è chi ipotizzò che fosse fuggito in Sud America e che quello fosse il corpo di un’altra persona, tante incongruenze fecero prendere quota alla tesi di Castellari ucciso in un altro luogo e poi trasportato su quella collina dove fu inscenato il suicidio. Ma chi poteva avere interesse a eliminarlo? E perché? Troppo rischioso che parlasse con i magistrati?

Di certo c’è che non sarebbe mai stato arrestato. Eppure quella mattina del 18 febbraio, qualcuno, da dentro il palazzo di Giustizia dove si recò dopo aver parlato con Andreotti, gli disse il contrario. Tanto che lui così si congedò col suo studio legale: “Ormai è troppo tardi. Voi non fate niente. Vedremo quel che succede”. Poi raggiunse un ristorante di Formello, consumò l’ultimo pasto ed esternò stato d’animo e ultime volontà in una serie di lettere indirizzate ai parenti più stretti e a due amici giornalisti.

Per la famiglia si è sempre trattato di suicidio. Ma c’è anche chi ha sollevato l’interrogativo se si possa davvero fornire questa lettura alla vicenda. Il giudice Mario Almerighi nel suo bel libro Suicidi? (Casa Editrice Università La Sapienza), poi portato a teatro da Bebo Storti e da Fabrizio Coniglio in “Suicidi? Tangentopoli in commedia”, e i “Modena City Ramblers”, che nella loro Nostra signora dei depistati, dedicata a “un’algida regina” sempre presente nei misteri d’Italia (via Gradoli, via Monte Nevoso, Capaci, ecc.), si chiedono anche ci facesse “il suo sorriso a Formello sulla collina del suicida whisky bar”.

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