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Il tempo dell’Attesa nel “Mein Kampf Kabarett” firmato Orofino al Teatro del Canovaccio di Catania

 

Accolto da applausi scroscianti ha debuttato in prima assoluta al Teatro del Canovaccio, dal “Mein Kampf” dello scrittore ebreo George Tabori (da non confondersi con l’omonimo tristemente famoso saggio di Adolf Hitler), il coraggioso spettacolo “Mein Kampf Kabarett”, diretto da Nicola Alberto Orofino. Una paradossale, gustosa farsa della giovinezza di Hitler, di origine ebrea nonostante le sue rivendicazioni ariane in seguito traboccanti di antisemitismo, piombato a Vienna in uno squallido dormitorio, tra le braccia di due accoglienti, irrisolti ebrei, che si prenderanno cura di lui, Lobkowitz, l’esilarante Francesco Bernava, e Herzl, l’intenso Luca Fiorino, ai confini spazio-temporali con la Germania prenazista.

Nasce quasi un’amicizia fra i tre derelitti. Qui la Storia viene afferrata per i capelli e fatta roteare minacciosamente promettente sulle nostre teste, mentre atmosfere tetramente allegre in odore di espressionismo tedesco vibrano tra realtà e sogno. Dal vero episodio di Hitler aspirante pittore che tenta di entrare in Accademia si approda alla fantasiosa ricostruzione di un’amicizia mancata che potrebbe ribaltare il corso della storia tra il futuro Führer, intrattenuto e frastornato dai loro giochi, accudimenti e menzogne, e i due ebrei, in particolare Hertzl, che vive una vita non vissuta, dominata dall’Attesa, dedito altresì a incontri immaginari, tra cui la vergine Gretchen, la spumeggiante Alice Sgroi, intima proiezione del suo eros che lo attrae e spaventa. Sul palco si scatenano situazioni dove l’umorismo yiddish trova il suo naturale sbocco nella vicenda del giovane Hitler, personalità apparentemente innocua e banale (la banalità del male della Arendt qui ha il suo ironico riscontro), cui ha dato corpo l’inquietante maschera di Giovanni Arezzo, laddove già si avvertono qua e là i segni di un’inarrestabile, implacabile sete di dominio sul mondo: tipica manifestazione della fragilità umana. Gli ammiccamenti e i simboli della furia nazista si incuneano in progress nell’oscura vita dei tre personaggi fino all’apparizione della Morte, imperdibile pantomima tragicomica sostenuta dall’algido sguardo della pregnante Egle Doria. L’unione tra la Signora Morte e Hitler, suo aiutante prediletto, sancisce un sodalizio che bucherà la Storia con il suo smisurato carico di devastazione.

Dall’accurata regia sbocciano le fragranze speziate di un testo originale, ingiustamente trascurato e misconosciuto, dove la graffiante ironia dell’autore, densa di riferimenti religiosi, intellettuali, storici, dal Cantico dei Cantici a Nietzsche, scoppia qua e là, irrorata, esaltata, assecondata dalla facondia appassionata di Orofino, sempre sorprendentemente vivace e coinvolgente nei suoi deliri creativi, attento a cogliere la profondità e la complessità di un testo che ci propone l’ineluttabilità del destino in toni ferocemente satireggianti e in quanto tali sconvolgenti. La scena, povera e funzionale, assiepata dal grigiore di stoffe penzolanti sui muri contiene e sottolinea l’energia infaticabile degli interpreti che trovano una propria caratterizzazione, pur nella cifra comune, dove il paradigma del grottesco, mai sconfinante nel ridicolo, esalta le identità pur nell’unità sinergica dell’insieme.

Alter ego del “Mein Kampf” di Hitler, rovesciandone il significato, il testo omonimo di Tabori a cui Orofino ha opportunamente aggiunto il termine Kabarett (intrattenimento di satira sociale e politica) infarcito di musiche, danze, rutilanti movimenti coreografici, variegati registri di recitazione, si impone potente nella sua volontà di additare e condurre su vie alternative, nella riflessione sul senso della vita e della morte, sull’attesa e sul commiato, sulla verità e sulla menzogna, sulla minaccia sempre presente di un possibile e terribile accadimento, nascosto tra le pieghe del quotidiano, ma pronto a scattare appena si abbassa la soglia di attenzione, come nella Germania prenazista e nell’Italia prefascista. Speranza e monito, questo spettacolo segna una tappa significativa del nostro giovane e talentuoso Orofino nel suo interessante percorso teatrale. Ad maiora.

MEIN KAMPF KABARETT

Di George Tabori

Regia Nicola Alberto Orofino

Con Giovanni Arezzo, Francesco Bernava, Egle Doria, Luca Fiorino, Alice Sgroi

Scene e costumi Cristina Ipsaro Passione

Assistente Gabriella Caltabiano

Organizzazione Filippo Trepepi

Produzione Mezzaria Teatro

Al Teatro del Canovaccio di Catania fino al 3 Marzo

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