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‘Khomeini. Il rivoluzionario di Dio’ di Zanconato, la storia contro le fake-news

 

Il nuovo anno persiano comincerà solo il 21 marzo, ma l’anno che si è appena aperto segnerà comunque, l’11 febbraio, il quarantesimo anniversario della Rivoluzione Islamica. L’Imam Khomeini, il grande Ayatollah che aveva avuto l’ardire di assumere un appellativo riservato fino ad allora, nello sciismo iraniano, ai dodici discendenti di Maometto, era rientrato in patria dall’esilio in Francia solo dieci giorni prima. E aveva appena nominato premier del Governo rivoluzionario provvisorio Mehdi Barzagan – le cui tendenze liberali sarebbero presto entrate in conflitto con l’islam politico radicale di Khomeini – contrapposto al primo ministro dello Scià. Poi gli eventi precipitarono, vi furono ammutinamenti, scontri armati e saccheggi agli arsenali da parte dei gruppi rivoluzionari, ma ben presto le forze armate si ritirarono nelle caserme e il governo guidato da Shapour Bakthiar si dimise. Quell’11 febbraio, alla radio, qualcuno annunciò: “Questa è Teheran, la vera voce del popolo iraniano, la voce della rivoluzione”.
E’questo il punto di svolta del racconto di Alberto Zanconato nel suo “Khomeini. Il rivoluzionario di Dio” (Castevecchi), prima biografia italiana di questa complessa e carismatica figura, capace allora di affascinare anche in Occidente. In quasi 300 pagine, fondate su una ricca bibliografia ma nutrite anche da una decina di interviste dell’autore con testimoni dell’epoca e da altre fonti inedite, Zanconato si conferma non solo giornalista con 14 anni di esperienza come corrispondente dell’Ansa da Teheran, ma anche storico rigoroso.
Partendo dall’infanzia di Khomeini, nato nel 1905 in un villaggio battuto dal vento nell’ovest dell’Iran, e per il quale fu scelto il nome di Rouhollah, “spirito di Dio” – nome quanto mai profetico per chi sarebbe divenuto, 74 anni dopo, “leader indiscusso di un antimperialismo in cui religione e lotta rivoluzionaria diventeranno la stesso cosa”. Ripercorrendone poi la formazione tra Najaf e Qom, lo sviluppo del pensiero politico (approdato a tesi tutt’altro che condivise da altri teologi suoi pari), l’opposizione alle forti scelte di governo dello scià Mohammad Reza Pahlavi, l’esilio e il trionfale ritorno in patria. E raccontando poi i suoi ultimi anni nelle vesti di Guida suprema, quale creatore e interprete di quell’eterodosso principio del “velayat-e faqih” (la tutela del giurisperito), che permise a lui, e al suo successore in carica Ali Khamenei, di avere potenzialmente l’ultima parola sulle scelte di tutti i poteri della pur articolata struttura repubblicana uscita dalla rivoluzione. Anni che coincisero con il primo decennio dell’Iran dopo la rivoluzione e con la lunga guerra con l’Iraq di Saddam Hussein.
“Un mistico – lo descrive Zanconato – che sfida il clero ortodosso ma difende le forme tradizionali di devozione. Un marito e padre di famiglia amorevole che invita le madri a consegnare i figli oppositori per farli giustiziare. Un raffinato estimatore della poesia classica persiana che difende le fustigazioni e le amputazioni previste dalla shari’a. Un nazionalista che fa appello a una sollevazione internazionale contro i tiranni”. Complessità e contraddizioni, nella sfera politica come in quella privata, di un uomo che ha cambiato il corso della Storia, guidando l’imporsi dell’Islam come alternativa ai movimenti laici e marxisti nella lotta antimperialista in tutto il Medio Oriente.
In una fase come quella attuale – in cui la bellicosa propaganda contro l’Iran lanciata dal presidente Usa Trump ha preso il posto di quel sereno, ma non per questo meno fermo confronto che l’Occidente avrebbe potuto avere, dopo l’accordo sul nucleare del 2015, sugli aspetti illiberali della Repubblica Islamica e il suo rispetto dei diritti umani – un solido e documentato libro come questo assume un particolare valore: quello di contrapporre il metodo della ricerca alle parole in libertà della demagogia e delle ‘fake-news’ guerrafondaie.
Con Sacchetti un altro libro sulla Rivoluzione Islamica in vista del 40/o anniversario
E un ruolo in tal senso lo svolge anche il meno corposo ma parimenti interessante libro di Antonello Sacchetti “Iran, 1979. La Rivoluzione, la Repubblica islamica, la guerra con l’Iraq”, uscito quasi contemporaneamente con Infinito proprio in vista dell’anniversario. Qui Sacchetti – giornalista, scrittore e appassionato di Iran che cura dal 2012 il blog “Diruz. L’Iran in italiano” – ci ricorda che la rivoluzione “ha anche toccato la vita di milioni di iraniani: ha diviso e lacerato famiglie, distrutto vite e carriere, dato speranze illusorie e liberato energie insospettabili, affossato e realizzato sogni”. Segnalando che l’anno della rivoluzione islamica era in Italia quello della P38 e degli indiani metropolitani, e in Occidente quello della nascita del Punk, l’autore mette insieme la Storia con le storie personali e le testimonianze di alcuni che, fra l’Iran e l’Italia, quegli anni li hanno vissuti: come il recentemente scomparso ambasciatore Francesco Mezzalama, o iraniani che allora sceglievano il nostro Paese per motivi di studio e di lavoro.
Sia Zanconato che Sacchetti parteciperanno il 14 gennaio a Torino (dalle 9 alle 13 al Circolo della Stampa) ad un evento formativo per giornalisti della piattaforma Sigef intitolato “L’Iran: a 40 anni dalla rivoluzione un bilancio politico, sociale e letterario”. Con loro anche Farian Sabahi (giornalista, scrittrice e docente di Relazioni internazionali del Medio Oriente all’Università della Valle d’Aosta), Luciana Borsatti come autrice del libro ‘L’Iran al tempo di Trump’ (Castelvecchi) e Giacomo Longhi, traduttore di letteratura persiana contemporanea.

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