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Che fine hanno fatto i “liberi e forti”?

 
È trascorso un secolo dal celebre appello di don Luigi Sturzo ai “liberi e forti”. Cento anni dalle basi del popolarismo italiano e sessanta dalla scomparsa, occorsa l’8 agosto del ’59, del padre di quel pensiero e di quell’intuizione destinata a modificare per sempre il nostro panorama politico e sociale. Don Sturzo si pose, infatti, ben al di là del superamento del “non expedit” di Pio IX ad opera del Patto Gentiloni, indicando ai cattolici la via maestra della politica e trasformando una moltitudine disordinata in un gruppo organizzato, l’unico realmente in grado di resistere finanche al fascismo.
Sturzo riuscì là dove non era riuscito nemmeno il coetaneo Romolo Murri, trasformando le basi teoriche del Discorso di Caltagirone in una proposta politica organica e in grado di portare avanti una visione del mondo improntata al bene comune e alla passione civile vissuta come servizio che ventiquattro anni dopo avrebbe animato l’incontro di Camaldoli e la redazione del relativo Codice, fonte di ispirazione per la economica politica democristiana nel dopoguerra.
Don Sturzo, classe 1871, avvicinatosi alla politica sulla spinta dei princìpi contenuti nella “Rerum novarum” di Leone XIII, appartiene a un’altra stagione, a un altro mondo, a un Occidente sconvolto da due conflitti globali, a una stagione maledetta e, speriamo, irripetibile della storia, e sarebbe sbagliato e inutile collocarlo strumentalmente nel dibattito odierno, al fine di schierarlo al servizio di questa o quella fazione.

Ci limitiamo a dire che il popolarismo sturziano, pur essendo di matrice liberista e per questo in netto contrasto con la visione sociale di altri giganti come Dossetti e Lazzati, era volto a unire, a creare coesione sociale, a favorire il dialogo e l’incontro fra pensieri differenti, a sconfiggere il dogmatismo, il totalitarismo e ogni forma di barbarie e a consegnare alle future generazioni l’eredità di un pensiero nobile e lungimirante.
La libertà al centro del processo di crescita e di sviluppo della società nel suo insieme, la forza posta al servizio della ragione e non della violenza, la gentilezza come modalità politica, il rifiuto di ogni forma di prevaricazione e la sopportazione di innumerevoli soprusi che caratterizzò i cattolici nel corso del ventennio fascista, fino a farne dei protagonisti di primo piano della Resistenza e della ricostruzione del Paese: questi erano i cardini del pensiero sturziano e il contesto storico nel quale esso si è formato e ha agito.

Che fine hanno fatto oggi i liberi e forti? Cos’è rimasto di quell’appello, di quella cultura, di quei valori e di quella visione alta del mondo e della comunità nel suo complesso?
La diaspora del popolarismo italiano, che aveva saputo resistere al fascismo ma non è riuscito a sopravvivere al crollo della Prima Repubblica e alla dissipazione di un patrimonio storico imprescindibile, affogato nelle tangenti e nella follia di una permanenza solitaria al governo da cui Moro aveva messo in guardia la DC per anni, questa disgregazione ha privato il quadro politico e istituzionale italiano di un attore imprescindibile.
Per questo, cent’anni dopo, a venticinque anni dalla scomparsa della DC e in un contesto ormai degenerato e drammaticamente privo di punti di riferimento, anche un esponente della sinistra laica come chi scrive si augura di cuore che il mondo cattolico trovi la forza di ricostituire una propria autonomia e capacità d’iniziativa, nell’interesse della collettività e di un concetto di rappresentanza che mai come negli ultimi anni è stato calpestato, in spregio alla Costituzione e alla grande lezione di Sturzo, galantuomo d’altri tempi che molti citano a sproposito e troppi hanno dimenticato.

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